Processo Palazzo di Londra, davvero un investimento sbagliato?

La testimonianza di Mauro Milanese del 10 novembre mette piuttosto in luce quanti interessi corressero intorno al Palazzo di Londra. Sarà da vedere come si svilupperanno gli eventi

Un momento del processo del Palazzo di Londra
Foto: Vatican Media
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La famosa foto di Papa Francesco con Gianluigi Torzi in Casa Santa Marta risale al periodo dei negoziati per l’uscita dello stesso broker dalla gestione del palazzo di Londra e per l’acquisto del palazzo intero, e non solo delle quote, della Segreteria di Stato. E al tavolo delle trattative c’era Giuseppe Milanese, infettivologo, presidente della cooperativa OSA dedicata all’assistenza di persone non autosufficienti nel campo socio sanitario. Fu lui a dire, in una intervista, che il Papa aveva detto di concludere tutto “con il giusto salario”. E fu lui stesso ad ammettere che era lui che aveva pensato che una cifra congrua per Torzi sarebbe stata di cinque milioni di euro.

Come si sa, la Segreteria di Stato poi pagò 15 milioni, con uno “sconto” di cinque milioni ottenuto grazie a monsignor Mauro Carlino, segretario del sostituto della Segreteria di Stato. La testimonianza di Milanese, che ha avuto luogo il 10 novembre, era comunque attesa, se non altro perché il suo nome era comparso in altri interrogatori. È uno di quei personaggi totalmente estranei ai reati contestati ascoltati durante le indagini.

Prima di andare avanti con la cronaca, un passo indietro: ci sono dieci imputati e alcune società davanti al Tribunale vaticano, accusati una vastità di reati. Il caso principale è quello dell’investimento della Segreteria di Stato su un palazzo di lusso a Londra – investimento prima affidato al broker Raffaele Mincione, poi al broker Gianluigi Torzi e poi rilevato dalla Segreteria di Stato. Ma poi c’è il cosiddetto “filone Sardegna”, con accuse di peculato al Cardinale Angelo Becciu, ex sostituto, per dei contributi della Segreteria di Stato ad una cooperativa legata alla Caritas della sua diocesi natale, presieduta dal fratello – contributi tra l’altro non toccati e con destinazione di uso precisa. E infine c’è anche la questione “Cecilia Marogna”, l’esperta di intelligence contrattata dalla Segreteria di Stato quando sostituto era il Cardinale Becciu per alcuni casi di liberazione di ostaggi, che avrebbe utilizzato i soldi ricevuti per le operazioni per fini personali.

Come si deve, si tratta di una vasta gamma di accuse, che potrebbe coprire almeno tre processi. Si procede, invece, su binari paralleli, cercando di ricostruire i pezzi.

Cosa ha detto Milanese? Che fu informato verso la fine del 2018 della questione del palazzo di Londra da Renato Giovannini, vice rettore dell’Università Telematica Marconi, insieme all’avvocato Emanuele Intendente. Anche questi due personaggi sono estranei ai reati.

Milanese ha raccontato che Giovannini e Intendente gli dissero che loro e Gianluigi Torzi erano “cavalieri bianchi” che si opponevano ai “cavalieri neri”, identificati con l’officiale della sezione amministrativa della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi e del broker e investitore storico per conto della Segreteria di Stato Enrico Crasso, entrambi imputati nel processo.

Quello che viene detto a Milanese è che Torzi poteva risolvere il “problema” del palazzo che aveva fatto perdere “somme importanti” alla Santa Sede. Si trattava, in sintesi, di passare la gestione dal fondo GOF di Raffaele Mincione al fondo GUTT di Torzi. Questi mantenne poi le sole mille azioni con diritto di voto, di fato esercitando controllo totale sul palazzo, e poi chiese alla Santa Sede 12 milioni di euro per uscire dall’affare, mentre inizialmente ne erano stati stabiliti 3.

Le cifre, tra l’altro, non combaciano, perché monsignor Carlino parlava di 20 milioni, ridotti a 15.

A Milanese venne chiesto di trovare una soluzione, e lui si trovò a dover dipanare la matassa. Mandò anche un messaggio all’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato, dicendo che non si capiva più “chi sono gli amici e chi sono i nemici”, e che lo stesso Pena Parra era “abbastanza preoccupato di una situazione di cui non veniva a capo”.

A Milanese fu anche chiesto di partecipare alla riunione per la firma del contratto con cui si passava l’amministrazione al fondo GUTT, ma questi rifiutò dicendo che

“non aveva senso che partecipasse un medico in questioni dove serviva un avvocato”.

Sappiamo dalle testimonianze che l’avvocato non ci fu, e che lo stesso monsignor Perlasca, capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, riteneva che Torzi fosse il migliore difensore della Santa Sede.

Milanese ha anche detto di essersi tirato fuori dalla vicenda dal 5 gennaio 2019, anche perché non voleva che la sua amicizia con il Papa, sottolineando che lui pensa di essere stato chiamato “non come esperto, ma come amico del Papa”.

Brevissimo l’esame ad Antonio Perno, ex direttore amministrativo del Bambino Gesù, che ha assicurato di non aver mai ricevuto proposte di acquisto di un immobile a pochi passi da San Pietro per allargare gli spazi “saturi” dell’ospedale. È un tema che è entrato nel processo, ha riguardato degli interrogatori, ma di cui non si sa molto perché gli stessi interrogatori non sono resi a disposizione.

Rober Lee Madsen, responsabile degli investimenti dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e poi chiamato come senior advisor della Segreteria per l’Economia dal 2015, ha invece testimoniato per circa un’ora.

Broker di 80 anni con 50 di esperienza nel mondo della finanza, Madsen ha detto di aver avuto diversi incontri con monsignor Perlasca e i gestori che venivano a presentare possibilità di investimento, che usavano “prodotti standard, di tipologia con aggressiva”.

A Madsen fu chiesta da Tirabassi una consulenza sul famoso investimento che si sarebbe potuto fare in Angola per una società di estrazione petrolifera – investimento per cui fu coinvolto Mincione cui poi fu lasciata la gestione del denaro per atri investimenti.

Madsen ha anche parlato di un “piano di rientro” che propose a Tirabassi e Perlasca a fronte di un “indebitamento” della Segreteria di Stato pari quasi a 212 milioni.

Investimenti immobiliari

Gli avvocati di parte civile hanno chiesto conto a Madsen di alcune parole riferite in un verbale sul fatto che Peña Parra fosse stato “ingannato” e che quello di Londra era stato un “macello”.  Madsen ha risposto che “prlai con il sostituto un paio di volte, dissi che era stato fatto uno sbaglio e che doveva far studiare la questione da persone indipendenti, non le stesse che avevano creato il problema”. Il riferimento era a Perlasca e Tirabassi, “non esperti” nel settore immobiliare di cui bisogna conoscere “le regole del gioco”.

Madsen ha fatto anche cenno all’acquisto di un immobile sempre a Londra, ma in High Street Kensington, effettuato tra il 2016 e il 2017 dall’Apsa al 51% e dal Fondo Pensioni al 49%. Circa 90 milioni a testa, è stato detto. Entrambi gli enti erano presieduti allora dal cardinale Domenico Calcagno. Il cardinale George Pell, allora prefetto della Segreteria per l’Economia, si era “opposto” fermamente al coinvolgimento del fondo pensioni. Anche quell’investimento non fu positivo, ricorda vagamente Madsen, senza “dati specifici”.

Nei giorni precedenti all’udienza, Libero Milone, ex revisore generale vaticano, ha deposito insieme al suo collaboratore Ferruccio Panicco una citazione contro il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e contro l’ufficio del Revisore Generale guidato da Alessandro Cassinis Righini, chiedendo un risarcimento di 10 milioni di euro per la vicenda che nel 2017 portò alle dimissioni sue e del suo collaboratore.

Erano, ha detto, “dimissioni estorte”, con la falsa accusa di aver fatto spiare autorità di governo vaticane.

L’esposto ha portato Fabio Viglione e Concetta Marzo, avvocati del Cardinale Angelo Becciu, a rispondere con una nota che definisce le ricostruzioni di Milone come “completamente infondate”, che “inevitabilmente, provocheranno immediate azioni legali a tutela della verità e dell’onore del cardinale”.

Lo stesso Becciu – ricordano i difensori in una nota – già all’udienza del 18 maggio scorso, dopo aver ricevuto dal Papa l’autorizzazione a riferirne al Tribunale, “ha chiarito che si limitò esclusivamente ad eseguire un ordine del Santo Padre, il quale lo informò direttamente che il dottor Milone non godeva più della Sua fiducia, e lo invitava a rassegnare quindi le proprie dimissioni”.

In relazione alle motivazioni, che per gli avvocati “nulla hanno a che vedere con la volontà del cardinale Becciu, né con sue personali iniziative”, in un comunicato pubblicato dalla sala stampa vaticana il 24 settembre 2017 si legge che era stata rilevata “un’attività di sorveglianza illegale commissionata dal dottor Milone ad una società esterna, per sorvegliare la vita privata di esponenti della Santa Sede”. Nella nota, infine, si ricorda che la revoca dell’incarico a PwC fu assunta formalmente dal cardinale Segretario di Stato, per dubbi circa “alcune clausole del contratto e le sue modalità di esecuzione”, come affermava la sala stampa vaticana il 26 aprile 2016.

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