Quegli ebrei nascosti da De Sica e da Monsignor Montini facendo le comparse per un film

Una storia di salvezza grazie alla intelligenza del futuro Paolo VI e del regista

Montini e De Sica sul set
Foto: Centro studi dell’Istituto Paolo VI di Concesio - Brescia
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Sembra una favola, eppure è una storia vera. I protagonisti? Vittorio De Sica e  Monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Pontefice Paolo VI. La storia si svolge a Roma, nei primi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Le truppe tedesche avevano ripulito tutti i depositi cinematografici: le bobine per la pellicola cinematografica erano introvabili. Solo la Santa Sede fu risparmiata da simile saccheggio. Fu allora che il Centro cattolico cinematografico finanziò il produttore Salvo D’Angelo per girare un film proprio in quei giorni così delicati per la storia italiana: “La porta del cielo”, questo il titolo scelto. La pellicola doveva raccontare il pellegrinaggio dei cosiddetti “treni bianchi” alla meta mariana del Santuario di Loreto. Uomini e donne in attesa del miracolo. Se in un primo momento fu scelto Esodo Pratelli, regista vicino al regime, la seconda e definitiva scelta cadde su Vittorio De Sica, uno dei padri del cinema neorealista.

Questa rischiosa impresa fu seguita per la Santa Sede direttamente dall’allora Monsignor Montini: un’ala protettiva di non poco conto, visto la situazione in cui versava Roma in quei giorni così tormentati per l’intera nazione italiana. Il regime aveva ordinato ai cineasti Roberto Rossellini e Vittorio De Sica di recarsi a Venezia per occuparsi del cinema fascista della neonata Repubblica Sociale Italiana del Nord, a Salò. De Sica stesso fu chiamato dal Ministro della Cultura popolare, Fernando Mezzasoma che intimò al regista di andare via da Roma per recarsi a Venezia. Ma il regista ribatté che era già impegnato in un'altra produzione con l’ avallo della Santa Sede. 

Le riprese del film iniziarono il primo marzo del 1944. Il luogo scelto fu la Basilica di San Paolo: territorio vaticano, dunque extraterritoriale. Lì fu allestito il set con il treno che trasportava i malati. Così come sempre nella basilica romana furono girate le scene d’interno del famoso santuario mariano. Fu proprio l’extraterritorialità a fare da garante a un’operazione certamente coraggiosa: quella di salvare dai rastrellamenti nazisti molti ebrei romani. Infatti, proprio poche sere prima dell’inizio delle riprese, le truppe tedesche cominciarono a catturare molti ebrei della Capitale. Furono così scritturati più di 800 persone come comparse: era una maniera per proteggerli, facendoli vivere dentro le mura vaticane della basilica di San Paolo. Le autorità nazi-fasciste erano perfettamente a conoscenza di ciò che stava succedendo all’interno, ma non potevano intervenire.  De Sica era stato anche informato da Monsignor Montini di prestare attenzione perché le autorità fasciste sapevano perfettamente cosa stava accadendo.

Durante le riprese la pellicola finì, ma De Sica - pur di salvare le “comparse” - continuò la lavorazione del film.  Si attendeva l’imminente entrata delle truppe americane a Roma che, vittoriose, liberarono la Capitale il 4 giugno del 1944. Era stata scritta una pagina memorabile della storia del cinema. Il grande scrittore Ennio Flaiano, rimasto commosso dalla particolare storia della lavorazione del film,  scrisse sul settimanale dell’epoca, “Domenica” del 6 maggio 1945, queste parole: 

“La porta del cielo narra di miracoli. Il primo miracolo, mi sembra, è lo stesso film, portato a termine dopo sette mesi di lavorazione attraverso incredibili difficoltà. Non si legge il diario di produzione di questo film senza restare sbalorditi per la serie di incidenti drammatici che ne rallentarono il corso. Basterà ricordare che il 3 giugno scorso, mentre a pochi chilometri di distanza si decideva la battaglia per Roma, 800 persone tra comparse e tecnici vari erano agli ordini del regista nell’interno della Basilica di San Paolo, intenti a girare, mostrando un disprezzo per la guerra che soltanto Archimede avrebbe condiviso. De Sica raccontava che gli aveva chiusi praticamente a chiave, altrimenti qualcuno sarebbe anche, stoltamente, potuto scappare. E rideva come di uno scherzo riuscito”. 

Uno “scherzo riuscito” grazie all’ingegno di De Sica e all’indispensabile apporto di Monsignor Montini. 

 

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