Quelle martiri domenicane di Iraq cadute nell’oblio

Sono le vittime di quella che è stata definita la questione caldea e assira: un olocausto cristiano avvenuto tra il 1915 – 1918

Una immagine della deportazione di assiri e caldei nel 1915
Foto: spc.rs
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Ci sono sette suore domenicane sulla via della santità. E però in pochissimi conoscono la loro storia e ancora meno sanno a cosa è legata quella storia. Perché queste suore nell’ambito della persecuzione e i massacri perpetrati ai danni degli assiri e caldei, deportate e poi uccise nei dintorni di Mosul, rimaste dimenticate sia perché pochissimi hanno potuto testimoniare l’eccidio, sia perché è dimenticato l’Olocausto cristiano di cui sono finite vittime insieme a molti altri.

Per comprendere la storia bisogna fare un passo indietro. Eredi del popolo assiro, babilonese, caldeo e arameo dell’antica Mesopotamia, di lingua siriaca, gli assiro caldei non hanno uno Stato protettore dalla caduta di Ninive, Babilonia e dei regni aramei 2500 anni fa. Perseguitati, furono vittime di massacri ottomani nel 1895-1896, e nel 1909, fino all’Olocausto 1915-1918, vittime di una sistematica elminazione così come lo furono gli armeni in quello stesso periodo secondo una idea di pulizia etnica spinta anche dalla jihad decretata il 29 novembre 1914.

Queste suore domenicane finirono vittime di questa pulizia etnica. Una tragedia iniziata storicamente nel 1914, quando si segnalarono i primi casi di abuso nella pianura di Urmya, dove le truppe turco-curde scesero e bruciarono i villaggi assiro caldei, giustiziando i cristiani che si trovavano sulla loro strada.

Tra il 1914 e il 1915, cominciò la guerra tra russi e turchi. Quando i russi si ritirarono dal territorio cristiano nel 1915, molti cristiani fuggirono, e molti altri furono massacrati dai musulmani. Dal 4 gennaio al 24 maggio 1915, le truppe ottomane occuparono l’Azerbaijan, e saccheggiarono, violentarono e massacrarono i cristiani rimasti.

Sono due i gruppi delle suore domenicane di cui ora si sta discutendo la causa di canonizzazione, martiri della diocesi caldea di Gazierh, che ha sede nella città turca di Jazzeerat Ibn Omar, oggi Cizre, sulle rive del fiume Tigri.

Il primo gruppo è composto da due suore. Il 21 agosto 1915, a seguito di una serie di azioni di persecuzione diretta contro la comunità cristiana in forma indistinta, le truppe turche diedero l’ordine di sgomberare il convento, e le donne furono caricate in barche per essere trasportate sul Tigri, in direzione Mosul. Le barche furono rovesciate. Le donne che non affogarono e nuotarono verso la riva furono bersagli di una sassaiola da parte di donne curde dalla riva del fiume. Quelle che arrivavano a riva venivano pugnalate a morte. Tra queste, due suore: Raji Rafoo e Warda Paulos. I loro corpi furono trovati pugnalati e squarciati sulle spiagge del Tigri. L’acqua del fiume non poté essere bevuta per due mesi dalla popolazione di Mosul, tanto era contaminata da cadaveri.

Le altre cinque suore caldee trovarono il martirio durante una marcia forzata ordinata dal comando del governatore ottomano. Era il 29 giugno 1915, e il convento delle Catherinettes, suore di Santa Caterina da Siena, era pieno di rifugiati, circa 600. A 37 gradi di temperatura, cominciarono una marcia forzata. Le suore si confondevano con le famiglie, per non essere riconosciute.

Sausan Kaka e Raji Krandy, che erano di Mosul, erano con una famiglia di otto persone. Nel secondo giorno di marcia, fisicamente ed emotivamente incapace di continuare, Sausan Kaka crollò. I soldati le strapparono i vestiti fino a lasciarla nuda in ginochio pregando, e poi le spararono.

Lungo la strada fu trovata morta un'altra Catherinette, Wanda Nasry. Prima che i soldati le sparassero, si sentiva la sua preghiera continua: "O sangue di Gesù salvami". I corpi nudi della madre e della cognata di Suor Wanda furono ritrovati con segni di ferite da pugnale.

Durante la marcia forzata, molte donne furono uccise, molte semplicemente non resistettero.

Arrivati a Savur dopo 12 giorni di cammino, sembro per la carovana un momento tranquillo. Ma era una illusione: la pausa permetteva ai curdi di preparare l’attacco, e i turchi, dopo che portarono la carovana in una gola rocciosa, si ritirarono. Le donne furono costrette a togliersi i vestiti per evitare di essere torturate, ma era una bugia. I soldati volevano che le donne rimanessero nude, per non farle identificare attraverso gli abiti dopo la morte. In questo modo, avrebbero anche potuto vendere gli indumenti.

Poi avvenne il massacro. Le donne furono uccise, squarciate, riempite di pietre e gettate nel burrone. Alcune furono ridotte in schiavitù, altre rtovarono il modo di fuggire. Tra quelle che fuggirono, due suore, Warena Isa e Henna Yousif, che raccontarono poi la storia delle loro consorelle martiri.

Raji Randy fu seppellita viva con delle rocce, ferita a morte, mentre pregava: “Prepariamoci a morire oggi. Oggi il cielo è per noi”. Henna Yaqob fu lapidata, così come Sadie Saado. Entrambe pregarono i perdonare i loro rapitori.

Sono sette martiri di un olocausto sconosciuto, messo in luce dagli studi di padre Ruyssen che aveva già lavorato sul genocidio armeno con le stesse procedure. Le testimonianze su questo martirio sono pochissime. Imama Khder Zakarya, cattolica siriana, madre di otto figli, ha testimoniato al processo di beatificazione. He detto che “negli ultimi anni, ho appreso molto riguardo questi martiri, ma la Chiesa locale non le ha mai menzionate”. E ha aggiunto: “Riconoscerne il martirio sarebbe un beneficio per la Chiesa, sono morte per Gesù. Quando si viene a conoscere una storia di fede, si afferma la fede”.

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