Ravasi: "La malattia non è solo una questione medica"

Il Cardinale Gianfranco Ravasi
Foto: Estefania Aguirre - CNA
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“La malattia non è mai solo una questione medica ma anche culturale e teologica”. Così il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, intervenuto ieri al convegno svoltosi all’Ospedale Bambin Gesù di Roma e dedicato al tema “Nascere malati”. 

L’intervento del porporato si è concentrato sul tema del dolore innocente. “I due termini - ha osservato il Cardinale - sono uniti fra loro anche se non appartengono strettamente allo stesso livello perché dolore potrebbe essere la componente fisiologica, la struttura biologica della persona, mentre innocente afferisce all’aspetto culturale ed etico. Bisogna ininterrottamente coniugare queste due dimensioni. Il malato non deve coinvolgere solo la scienza medica ma anche la dimensione umana, etica, esistenziale e dell’esperienza”.

“Credo che il percorso che si deve fare - ha proseguito il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - sia duplice: accanto al malato ci deve essere la conoscenza del medico, ma anche la sua dimensione umana. Il medico deve essere capace di entrare in sintonia con le domande implicite che il malato gli pone”.

“Dobbiamo riuscire a vivere il dolore ma anche comprenderlo se capita agli altri. La crisi e il male - ha proseguito Ravasi - fanno parte della nostra esistenza. Il dolore può offrire un senso, un senso non definitivo. Trovare a tutti i costi una spiegazione al dolore è impossibile, Gesù con la parabola del cieco nato ci insegna esattamente questo”.

Il Cardinale offre una lettura cristiana, secondo cui “la creatura ha una componente decisiva e necessaria che è l’imperfezione, altrimenti sarebbe divinità. Tuttavia nella creazione viene deposto un seme di redenzione attraverso Cristo. Egli stesso è fratello nella vicinanza del dolore perché tocca il lebbroso, il malato. Così come fanno i medici e gli infermieri che oltre alla cura offrono un atto di donazione toccando il paziente che soffre. Metà dell’attività pubblica di Gesù tratta di guarigioni, il che vuol dire che si è preoccupato di lanciare un messaggio, ai peccatori alle persone sole ed emarginate, ma soprattutto di parlare ai malati, di stare insieme a loro, di toccare ininterrottamente carni sofferenti. Il malato fisico è colui che pone a se stesso delle domande sull’essere sull’esistere”.

Non è mancato un riferimento al tema della misericordia, cardine dell’anno giubilare. “È una delle componenti fondamentali - ha sottolineato il presule - perché Cristo era sempre fra le persone emarginate per colpa delle malattie. L’immagine della misericordia non è quella che potremmo credere del cuore, ma dell’utero materno. Nei Vangeli si usa il verbo del provare non solo misericordia ma anche desolazione di fronte a certe malattie e tragedie. Per questo il cristiano, sull’esempio di Cristo, dovrebbe avere la stessa sensibilità”.

“La nascita di un bambino malato – ha concluso – pone davanti agli occhi di tutti i limiti della creatura umana. È una sfida il mistero del dolore che riguarda il malato, la famiglia e la scienza. Di fronte alla sofferenza di un bambino si ha una crisi di senso. Il grido dei genitori che sono contro Dio perché ha dato loro un bimbo malato non va giudicato. Anche da noi teologi: da parte di Dio c’è una comprensione maggiore che da parte dei suoi ministri, i quali giudicano magari l’ateismo o la bestemmia dei genitori di fronte al dramma che, invece, agli occhi di Dio diventa segno grandioso di rivelazione dell’amore che i genitori saranno capaci di dare alle carni malate dei bambini". Per questo mitivo "la pastorale non deve essere fredda e asettica né farcita delle solite frasi consolatorie. Prima bisogna affrontare il nucleo oscuro in cui trovare qualche bagliore di senso e rispettare chi non lo trova”.

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