Ritratto di padre Baggio, l’uomo del team del Papa per le migrazioni

Padre Fabio Baggio, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati
Foto: Sezione Migranti e Rifugiati
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Padre Fabio Baggio, scalabriniano, è uno dei due sottosegretari del sezione “Migranti” all’interno del Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale. La sezione è sotto le dirette dipendenze di Papa Francesco, che ha fatto della pastorale dei migranti una priorità del Pontificato. In questa intervista con ACI Stampa, padre Baggio racconta i fenomeni migratori che ha potuto osservare sul campo in Europa, Africa, Asia.

Da dove viene il suo interesse per le migrazioni?

Sono entrato nella congregazione degli Scalabriniani quando avevo 11 anni, e da quando avevo 18 anni ho cominciato a fare le prime esperienze nel mondo dell’emigrazione cominciando dall’Europa – Svizzera e Germania – con i nostri italiani e poi in Italia con l’arrivo dei primi latinoamericani. Gli Scalabriniani hanno la missione specifica delle persone in mobilità. Sono nati per seguire i migranti italiani, ma nel 1968 modificano il fine: si opera per tutti i migranti, rifugiati e marittimi, per tutte le persone che sono in mobilità e in particolare quelli che vivono questa mobilità come un dramma.

Come è cambiato il fenomeno migratorio nel corso di questi anni?

Ho conosciuto una tipologia migratoria che si è venuta modificando negli ultimi decenni. Negli Anni Novanta, Paesi come l’Italia, ma anche la Grecia e la Spagna, sono diventati terre di immigrazione, e non più terra di emigrazione. E questa esperienza l’ho poi avuta quando sono andato in Sudamerica, in Cile prima e poi in Argentina.

In che modo la situazione era simile?

Si trattava di Paesi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono diventati interessanti per l’emigrazione degli europei che scappavano dalle rovine della guerra. Lì mi sono trovato a fare i conti con una emigrazione molto giovane. Sono arrivato nel 1994 in Cile, e mi sono trovato con emigrazioni ormai di seconda generazione, arrivati già negli anni Settanta e Ottanta dai più svariati Paesi del mondo. Era una emigrazione particolare.

Perché?

In generale, le migrazioni chiudono la porta al Paese di origine: non si torna più indietro. Invece in Cile c’erano le nuove migrazioni, quelle che arrivavano da Perù, Bolivia. Erano migrazioni caratterizzate da una temporaneità, che non avevo notato prima: si fanno degli anni di lavoro, ma sempre tenendo il contatto con il Paese di origine, con l’obiettivo di ritornare un giorno.

Quindi, l’Argentina…

Una esperienza molto più forte. Sono stato due anni e mezzo a Santiago del Cile e cinque anni e mezzo in Argentina. Lì c’era una grande diversità migratoria. Non solo migrazioni come quella storica del Paraguay o quella nuova della Bolivia, ma anche la migrazione da Corea, Cina, dai Paesi asiatici. Arrivo in Argentina nel 1997, e la crisi arriverà nel 2001. Una crisi che costringerà gli ultimi arrivati a fare ritorno in patria: ci sono persone che ho accolto in stazione e ho poi riaccompagnato in stazione. 

Dopo l’Europa e il Sudamerica, il passaggio in Asia.

Nel 2002 sono destinato alle Filippine. Prima trascorro quattro mesi in Australia, a Sydney, al servizio di alcune comunità italiane emigrate nel secondo Dopoguerra, e in appoggio alla comunità latinoamericana. Quindi, le Filippine, un territorio di partenza, dove avevano luogo un milione di partenze l’anno. Le Filippine sono un Paese costruito sull’emigrazione. Faccio un esempio: nel 2010, si sono diplomate nelle Filppine circa 100 mila infermiere, ma nel Paese c’era bisogno solo di 5 mila infermiere. Questa iperproduzione era data dal fatto che le infermiere filippine potevano trovare spazio in altri mercati. Venivano anche adattati gli standard e i curriculum formativi a seconda delle esigenze dell’esterno.

Cosa ha capito delle Filppine?

Lì ero direttore del Centro Studi Emigrazione, e ho studiato a fondo le dinamiche, ricevendo spesso le delegazioni degli altri Paesi che venivano a studiare la macchina di esportazione di capitale umano delle Filippine. L’ideale era di esportare i “colletti bianchi”, ma di fatto l’esportazione riguardava moltissimo lavoratrici domestiche, prestatori di servizi e persone dell’industria, diciamo, di manovalanza. In questa negoziazione, si tendeva ad accettare garanzie al ribasso per essere più appetibili sul mercato: si abbassavano gli stipendi, anche la richiesta di protezione dei diritti, anche per adeguarsi al Medio Oriente, uno dei mercati di ricezione principale e anche una delle regioni al mondo che lanciano le sfide più grandi sui temi dei diritti del lavoro.

Come si lavora in quel caso?

Intensamente, sia a livello politico che a livello pastorale. Ci sono famiglie divise, in cui o uno o entrambi i genitori partono, mentre i figli restano a casa, accuditi da nonni o altri famigliari. Famiglie multi-divise, con le mamme – per esempio - a Singapore a fare le domestiche e i padri in Medio Oriente a fare l’ingegnere, mentre uno dei fratelli è negli Stati Uniti a fare l’infermiere.

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