San Josemaría Escrivá, il santo innamorato di Dio

A colloquio con il Direttore dell'Ufficio per le cause dei santi dell'Opus Dei, Don Francesco Russo

Don Francesco Russo Direttore dell'Ufficio per le cause dei santi dell'Opus Dei
Foto: pd
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San Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, parla ancora oggi. Le sue parole, a distanza di anni dalla morte avvenuta il 26 giugno 1975 a Roma, hanno quella forza profetica che solo i santi hanno. Sono trascorsi, infatti, ventisette anni da quel giorno e venti da quando San Giovanni Paolo II lo proclama santo. Era il 6 ottobre 2002. La sua vita, immersa completamente in Dio, senza dimenticare mai il rapporto con la società civile, si potrebbe definire un “caleidoscopio di santità”. Figura ricca e complessa, dalle linee diverse e poliedriche; difficile, sinceramente, da descrivere appieno per via della sua luminosità composta da diversi colori e tinte. AciStampa ha chiesto a Don Francesco Russo, Professore Ordinario di Antropologia della cultura e della società alla Pontificia Università Santa Croce, e Direttore dell'Ufficio per le cause dei santi dell'Opus Dei, di poter delineare un profilo, un ritratto, di questo grande santo. 

Don Francesco Russo, se dovesse sintetizzare, in una sola parola, la santità di Escrivá quale le verrebbe in mente?

Per rispondere a questa sua domanda, non posso che prendere in prestito le parole che il Cardinal Julián Herranz Casado, con il quale ho avuto il privilegio di collaborare per vari anni, ha deposto durante il processo di canonizzazione di Escrivá. A fine del processo, il giudice delegato, dopo la deposizione del cardinale, gli chiese - in fondo - ciò che mi sta chiedendo lei ora, e il cardinal Herranz - gliel’ho sentito raccontare più volte - rispose: “Mi basterebbe una sola parola; una che incarna la vita di Escrivá ed è questa: innamorato”. E’ proprio vero! La sua vita ci spiega bene questo termine: innamorato. Escrivá era condotto da un amore per Dio e per gli altri davvero indescrivibile. E questo si percepisce fin dalla sua adolescenza, quando come egli stesso scrive, avvertiva quelli che chiamava “presagi d’amore” nel suo cuore. Un cuore che nel corso della sua missione, si è dilatato; un amore che è cresciuto nel corso degli anni. Basterebbe vedere come parlava con grande passione, negli ultimi anni di vita, di questo amore. Ci sono dei versi che sono sintesi di tutto questo suo percorso. Li pronunciò in spagnolo. La loro traduzione dice così: “La mia vita è tutta d’amore e, se in amore sono esperto, è a forza di dolore, perché non c’è amante migliore di chi ha molto sofferto”. 

Josemaría Escrivá, santo. Ma di quale santità si trattava?

San Giovanni Paolo II nell’omelia di canonizzazione, in quella piazza gremita che è nel ricordo indelebile di tutti, coniò una frase per descrivere Escrivá: il santo dell’ordinario. Cosa voleva dire e cosa vuol dire quella frase? Il significato è semplice, e - al contempo - molto profondo: possiamo unirci a Dio in un cammino di santificazione, con il nostro fedele compimento degli impegni quotidiani, nello stato di vita in cui ci troviamo. Escrivá aveva adempiuto a questi impegni nel suo stato di sacerdote. Nel centenario della nascita, quando ancora non si sapeva della canonizzazione, nel gennaio 2002, l’allora Prelato dell’Opus Dei, Monsignor Echevarría in occasione di un congresso internazionale - che vedeva coinvolti prelati e uomini di cultura - sulla figura del fondatore dell’Opus Dei, scelse come tema: la grandezza della vita ordinaria. Era un titolo che ben identificava la santità di Escrivá. Il Signore ci chiama alla santità - chiamata rivolta a tutti - in quel compimento dei nostri doveri quotidiani. Non ci può essere esercizio di quelle che definiamo “virtù eroiche” senza adempiere all’ordinario. In Escrivá le due cose andavano di pari passo. 

Il 26 giugno si chiude il X incontro mondiale delle Famiglie. E, sempre oggi, ricorre l’anniversario della morte di Escrivá, un sacerdote che alla famiglia ha dedicato molto della sua missione. Cosa ne pensa di questa “santa coincidenza”?  

Una provvidenza divina, davvero, questa. Escrivá ha insistito molto sulla vocazione alla famiglia. Il 26 maggio scorso si è svolto presso la Pontificia Università Santa Croce un convegno sulla famiglia e la santità. E’ stato un modo per riflettere sull’esperienza di sei coppie di coniugi in cui è corso il processo di beatificazione e di canonizzazione. Il Cardinal Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, durante il suo discorso introduttivo, tra l’altro assai illuminante, ha messo l’accento su un punto importante del cammino di Escrivá: ha ricordato un episodio della vita, avvenuto negli anni ‘30. Escrivá a un giovane che sarebbe poi diventato uno dei primi soprannumerari dell’Opera disse: “Ridi perché ti dico che hai vocazione matrimoniale!”. Dobbiamo precisare che negli anni ‘30 non era usuale questa espressione, pensando che la vocazione fosse solo quella dei  sacerdoti, religiosi o consacrati. Escrivá era andato oltre, perché ci dice che la vocazione alla famiglia, non è di seconda categoria rispetto alle altre! E poi, amo ricordare un altro episodio. San Josemaría che aveva un grande buon umore, un giorno disse: “Benedico sempre  l’amore matrimoniale con tutte e due le mani”.  E, allora, qualcuno, incuriosito, gli chiese: “Perché dice così?”. E lui: “Perché non ne ho quattro”.  Questo episodio dice tutto, credo.

Di parole, di episodi, ne avrà letti tanti. E, allora, quale episodio le è rimasto più nel cuore, studiando le carte per il processo? 

Domanda difficile, devo ammettere, visto che il processo ha impiegato migliaia di pagine.  Ricordo bene quante pagine delle sue lettere ho dovuto fotocopiare: stiamo parlando di circa 6.000 lettere, il corpus più significativo del suo epistolario. Sinceramente, mi sono commosso davanti a tante lettere! Erano indirizzate soprattutto ai suoi figli spirituali che vivevano lontani da lui; molte risalgono agli anni ‘30. E lui, con grande affetto paterno, proprio in quegli anni segnati dalla guerra civile spagnola, cercava di infondere speranza e coraggio, anche con dei piccoli disegni, degli scherzi, che tracciava a penna vicino alle parole o al nome del destinatario. Quelle parole, quei disegni, riecheggiano proprio di quel suo grande amore per ogni singola persona, specchio dell’amore di Dio.

 

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