Santa Sede: “Cancellare il debito pubblico ai Paesi poveri”

Arcivescovo Ivan Jurkovic, Carlo Maria Marenghi e Gregoire Piller durante l'UNCTAD
Foto: Conferenza UNCTAD 2014
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È l’ennesimo appello a cancellare il debito ai Paesi poveri quello lanciato dalla Santa Sede all’UNCTAD, ovvero alla conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo che si tiene in questi giorni a Nairobi. In un intervento del 19 luglio, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, lancia ancora una volta il tema, sottolineando – tra le altre cose – anche il ruolo fondamentale dell’agricoltura, il problemi del commercio in tempi di crisi e la necessità di proporre politiche economiche innovative.

Non è la prima volta che la Santa Sede lancia questo tipo di appelli. L’arcivescovo Jurkovic sottolinea che “il tema del debito estero” e “l’alleviamento del peso del debito per le nazioni povere resta una delle principali preoccupazioni per la Santa Sede”. Perché “il debito delle nazioni in via di sviluppo deve essere inserito nel più ampio contesto delle relazioni economiche, politiche e tecnologiche”, le quali “hanno portato a una crescente interdipendenza tra le nazioni”. E questa interdipendenza “dovrebbe portare a un più ampio concetto di rispetto e di solidarietà per l’uguale dignità di tutti i popoli, piuttosto che portare al dominio da parte dei più forti, dell’interesse nazionale, delle ineguaglianze e delle ingiustizie”.

L’appello della Santa Sede è dunque per una economia inclusiva, che non lasci nessuno indietro, nemmeno in tema di agricoltura. E proprio il settore primario è definito “cruciale” anche per lo “sviluppo ecologico”, laddove la produzione agricola è intimamente connessa allo sfruttamento “delle risorse naturale, la deforestazione e conservazione delle specie”. E dunque si deve cogliere l’opportunità di combinare “lo sviluppo agricolo con lo sviluppo sostenibile” che “ha conseguenze troppo grandi per il pianeta per non essere considerato una priorità”.Ma questo non deve andare a discapito “dei piccoli produttori”, perché il rischio nello sviluppo agricolo c’è.

Anche per quanto riguarda il commercio, la Santa Sede sottolinea che “la maggior parte degli ultimi accordi” cosiddetti PTA (preferential trade agreement) riguardano non solo beni, ma anche servizi. Agli accordi bilaterali, comunque, la Santa Sede preferisce quelli multilaterali, perché in quel contesto “le nazioni più deboli e più piccole sono meglio salvaguardate che in un contesto regionale e bilaterale in caso in cui le controparti siano nazioni grandi e forti”.

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