Serafino da Pietrarubbia: gioia e fedeltà di un figlio della riforma cappuccina

E' stato dichiarato venerabile nel 2008 da Papa Benedetto XVI

Frate Serafino da Pietrarubbia
Foto: cappuccinimarche.org
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La storia che stiamo per raccontare ha dell'incredibile in quanto ci riporta in un epoca apparentemente lontana e  dimenticata tanto che sembra uscita dalle Fonti francescane, nel raccontare la vita di uno dei primi compagni di San Francesco:  Serafino da Pietrarubbia.

In realtà, la vita di questo religioso si snodò fra la fine del mille ed ottocento e la prima metà del mille e novecento. Il venerabile, con la sua testimonianza ed il suo amore al Serafico Padre, ha lasciato una traccia di luce in quella pagina che raccoglie i nomi di coloro che hanno avuto Cristo come meta ed il Paradiso come anelito.

Il venerabile Marcellino da Capradosso, San Serafino da Montergranaro, San Felice da Cantalice, San Crispino da Viterbo: non semplici nomi ma testimonianze di fratelli laici cappuccini che, con la loro vita, hanno distribuito il buon pane del Vangelo fra i fratelli.

Pietro Riminucci (questo il suo nome, prima di mutarlo all'ingresso del noviziato cappuccino) nacque il 4 febbraio 1874 a Pietrarubbia, in provincia di Pesaro, da una famiglia molto modesta. La sua esistenza scorre serena, anche se con molte difficoltà economiche. Il padre provvedeva alla vita della famiglia, con decoro e laboriosità, ma i tempi non erano facili soprattutto in un piccolo paese.

Si racconta che non avesse nemmeno le scarpe. Ma dalla famiglia apprese qualcosa di molto più prezioso: la fede in Dio che è Padre e l'amore alla Madonna. Queste caratteristiche, insieme a molti altri doni, lo accompagneranno per tutta la sua esistenza di francescano e di uomo.

La povertà, scelta da religioso e vissuta anche nel suo contesto di origine, non gli impedirà quel dolce cammino che porta alla santità. Anzi sarà la compagna amata perché scelta e scelta perché chiamata Madonna dalla teologia francescana.

Avvertito il desiderio di amare Cristo, con maggiore intensità, si presentò, ancora adolescente, al convento dei PP. Cappuccini di Ascoli Piceno, chiedendo di essere accolto come aspirante cappuccino. Dopo un breve periodo di prova, vista l'ottima impressione, venne inviato nel convento di Montefiore Conca, nel quale passò l'anno di noviziato.

Durante tale periodo, apprese i lineamenti della ascetica cappuccina ed approfondì la Regola che, mutata da Matteo da Bascio nella seconda metà del Cinquecento, riformava la vita francescana aspirando a rivivere le gesta degli inizi.

Assunto il  nuovo nome di Serafino, in ossequio a San Serafino da Montegranaro, ma non la vita che continuò con lo stesso trasporto per il Signore, emise la professione religios come fratello laico cappuccino.

Umile, mite, dinamico e di profonda preghiera, in tale apostolato ricoprì differenti mansioni: questuante nella regione della Vallesina per portare il pane alla numerosa comunità degli aspiranti alla vita religiosa; portinaio del convento di Jesi, nel quale non mancava di offrire un piatto di minestra ed un pagnotta di pane a tutti coloro che si trovavano nel bisogno; sagrestano.

Tali lavori furono semplici, ma grandissimi in quanto fra Serafino vi portò la perfezione di chi ama e l'amore di chi desidera. Questo desiderio era sempre orientato a Cristo ed alla Madonna. Chi lo ha conosciuto disse che: “era di poche parole ma di ottimo esempio”.

Aveva molti doni che metteva a servizio dei fratelli e della comunità. La sua vita è stata un lungo tragitto fatto di bene e di gioia, in coloro che incontrava.

Religioso penitente, per se non chiese mai nulla se non quel dare che il Serafico Padre domanda ai suoi figli.

Innamorato della Madonna, fabbricava i rosari che dava alle persone. Il suo compagno di strada, ovvero la corona del rosario, lo ha accompagnato in tutta la sua esistenza: dal lavoro all'ultima malattia.

Sempre sorridente e sereno spese bene i propri talenti, in quanto li mise nelle mani del Signore che non manca di ricompensare i propri figli. Il sorriso era quel tratto tipico che caratterizzò il suo essere.  Morì il 17 marzo 1960 nell'infermeria del convento di Macerata, lasciando tutti edificati per il suo contegno in vita, ma di più nel momento di abbandonare la propria anima nella braccia del Padre. Dopo la sua scomparsa, le persone che lo hanno conosciuto hanno deposto per iniziare il processo di beatificazione, che si aprì nel 1975.

Il 15 marzo 2008 Papa Benedetto XVI lo ha dichiarato venerabile.

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