Sessant'anni di vita per le kehilla, le parrocchie cattoliche di lingua ebraica

Padre David Neuhaus SJ
Foto: Patriarcato Latino di Gerusalemme
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Non sono molti i cattolici di lingua ebraica in Israele, ma la Chiesa cattolica ha pensato anche a loro, vere mosche bianche in una terra che sembra polarizzata solo tra arabo cristiani e musulmani ed ebrei.Quest’anno il Vicariato di San Giacomo celebra i primi 60 anni di vita e Padre David Neuhaus SJ, che ne è il responsabile a scritto una lettera pastorale al suo piccolo gregge.

La storia inizia nel dicembre del 1954, in pieno Concilio e la prima messa nel febbraio del 1955 venne celebrata in latino al Centro San Giacomo. Il 21 marzo 1956, al suo arrivo nel Paese, Fra Yohanan Elihai dei Piccoli Fratelli di Gesù celebrò la prima messa in lingua ebraica, nel rito siriano, a Haifa.

L’occasione propizia per la creazione di una comunità che assomigliasse a quella evangelica dei giudeo-cristiani, fu la creazione dello Stato di Israele nel 1948 “per la prima volta dal primo secolo- si legge nelle lettera pastorale- i cristiani vivevano all’interno di una maggioranza ebraica, in una società definita dalla religione, storia e civiltà ebraica. Migliaia di cristiani immigrarono nel nuovo stato. Alcuni di loro erano ebrei che avevano incontrato Cristo e lo avevano riconosciuto come Messia e Signore, altri erano cristiani membri di famiglie ebraiche, genitori con figli battezzati, e tra loro c’era anche un numero di Giusti tra le Nazioni con le loro famiglie, che avevano salvato ebrei durante la Shoah. Tra i fondatori, i pionieri e i membri dell’Opera di San Giacomo c’erano anche quelli che affermavano che essere un ebreo credente in Gesú Cristo non diminuiva il loro essere ebrei.”

Da allora gli eventi sono stati incalzati dalla Storia, e L’Opera di San Giacomo ha continuato ad assistere i cattolici di lingua e cultura ebraica.Una storia che ha attraversato le riforme liturgiche ma che dal latino è passata all’ ebraico. Una storia fatta di congregazioni religiose che hanno dato il loro aiuto; “i Domenicani, i Padri e le Suore di Nostra Signora di Sion, i Piccoli Fratelli e Sorelle di Gesú, i Francescani e le Francescane Missionari di Maria, i Benedettini, i Carmelitani, i Gesuiti, le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, gli Assunzionisti, i Salesiani, i membri di Pax Nostra, della Koinonia Giovanni Battista, i Neocatecumenali e tanti altri.”

Nella lettera Padre Neuhaus ringrazia lo Stato di Israel per “la libertà di religione che ha consentito all’Opera di San Giacomo di svilupparsi e adattarsi alle mutevoli circostanze della società israeliana. Continuiamo a pregare affinché questa società possa conoscere la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini.”

Una Comunità che è stata sempre nel cuore dei Pontefici e che è ispirata dagli insegnamenti della “ Nostra aetate”. E “sulla scia del Concilio, gli ebrei nella Chiesa sono stati incoraggiati ad essere orgogliosi delle loro radici e a rimanere uniti al loro popolo.”  Per questo il Vicario della Comunità di San Giacomo ha datato la sua lettera nel giorno della memoria liturgica di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein.

Anche il processo diplomatico nei rapporti tra Santa Sede e Stato di Israele sono fondamentali nella vita della Comunità: “Abbiamo sostenuto gli sforzi per costruire le relazioni che oggi esistono tra la Santa Sede e lo Stato di Israele e continuiamo a pregare affinché i negoziati tra le due parti si concludano con accordi definitivi in un prossimo futuro” scrive don David.

Con il tempo la messa, la traduzione del Vangelo in lingua ebraica moderna sono stati strumenti significativi per lo sviluppo della Comunità.

Le comunità parrocchiali sono cresciute a Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva, Latroun, Nazareth, Tiberiade. Oggi, i cattolici di lingua ebraica hanno sette centri in Israele dove si tengono liturgie, classi di catechismo, seminari di formazione per adulti, campi estivi per i bambini cattolici, week-ends per le famiglie, attività giovanili e sensibilizzazione sociale per i poveri e i bisognosi.

“Nel 1990- ricorda la lettera- il Patriarca Latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, nominò Padre Jean-Baptiste Gourion OSB Vicario del Patriarcato, un riconoscimento che denota l’importanza dell’Opera di San Giacomo. Questo é stato il primo passo per la creazione di un Vicariato all’interno del Patriarcato, in concomitanza con i Vicariati geografici della Giordania, Palestina, Israele e Cipro. Padre Gourion fu ordinato vescovo nel 2003, un altro passo importante nel processo di integrazione del Vicariato nella Chiesa locale e universale.

Il 1° gennaio 2013, il Vicariato San Giacomo per i Cattolici di Lingua Ebraica in Israele ha ricevuto gli Statuti dalla Santa Sede, approvati da Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca Latino di Gerusalemme, e dai suoi Vicari, sottolineando la sua particolare identità e missione. Secondo questi Statuti, é di competenza del Patriarca Latino nominare il Vicario secondo le norme stabilite dal Diritto Canonico, il Vicario, confermato dalla Santa Sede, quindi assume la responsabilità del Vicariato.” Non è certo un cammino terminato. Le sfide sono molte, da quelle tipiche di ogni comunità, parrocchia o meglio come si dice in Israele “kehilla”, a quelle specifiche come quella della lingua anche per “trovare un modo di esprimere il cristianesimo in termini ebraici che siano allo stesso tempo autentici e comprensibili.” Una sfida perché  “l’espressione ebraica della fede cristiana cerca le sue radici nei testi ebraici del popolo giudaico, in particolare nel Vecchio Testamento (Tanakh). Questo tentativo crea una relazione non solo con la Bibbia ma anche con i testi rabbinici, testi medievali e moderni, in modo che l’espressione della fede cristiana in ebraico non sia fedele solo alla tradizione cristiana ma si senta a casa anche negli idiomi ebraici.

D’altra parte, la fede cristiana espressa in ebraico deve avere senso anche per i giudei chi parlano ebraico, religiosi e non” con i quali i cattolici di cultura ebraica convivono.

E non ci sono solo gli ebrei, ma anche molti che “sono diventati cittadini israeliani, residenti permanenti, che hanno scelto di vivere qui, profondamente connessi con la cultura, la storia e la tradizione ebraica e giudaica.”

Il compito dei cattolici di questa comunità è quello che ha ricordato “Papa Benedetto XVI ai membri delle kehillot durante la sua visita a Nazareth nel 2009, “In questo luogo dove Gesú stesso crebbe in età e imparò la lingua ebraica, saluto i cristiani di lingua ebraica, un promemoria per noi delle origini ebraiche della nostra fede” (Omelia nella Basilica dell’Annunciazione, 14 maggio 2009).”

Serve formazione per permeare la società ed essere testimoni “con dolcezza e rispetto”.

“Del resto- si legge nella lettera pastorale- i discepoli di Cristo che parlano ebraico e arabo, sono chiamati a dimostrare che la giustizia, la pace e l’uguaglianza sono possibili anche nella nostra terra. La nostra vita di fede deve mostrare le alternative alla guerra e alla violenza, al disprezzo e alla discriminazione, coinvolgendo l’altro come fratello e sorella. I discepoli di Cristo possono essere un ponte tra il mondo palestinese (e arabo) e quello israeliano. Non possiamo approvare l’ingiustizia ma dobbiamo essere sensibili alle ingiustizie ovunque siano presenti, soprattutto nella nostra società.”

Insomma una casa per tutti, comunità aperte che accolgono “ondate di aliyah (immigrazioni) e in mezzo a noi ci sono molti olim (nuovi immigrati) che parlano russo e che si radunano nelle comunità per celebrare la liturgia nella lingua del loro paese di origine. Sono nostri fratelli e sorelle che professano la nostra stessa fede e che affrontano le stesse sfide.”

Proprio gli immigrati sono una nuova sfida, si inseriscono nel mondo israeliano ma sono cattolici, cristiani e per questo compito del Vicariato è anche quello di aiutarli sa inserirsi.

C’è poi la sfida della trasmissione della fede, e uno dei rischi è la tentazione della assimilazione alla società laica ebraica per si nasconde la identità cristiana. “ Il processo di assimilazione ha ancora maggior successo con i nostri figli che vengono educati nel sistema scolastico laico israeliano, con quasi nessuna esposizione alla fede cristiana e alle tradizioni dei loro genitori. Questo accade in particolare nell’esercito israeliano dove i nostri giovani sono incoraggiati a entrare nella “corrente” principale convertendosi al giudaismo.”

La sfida quindi deve essere affrontata in famiglia: “ É nella famiglia che il bambino riceve dai suoi genitori la fede e le nozioni religiose dei credenti.”

Sfide dunque per una comunità piccola, e sottoposta a molte pressioni, ma del resto “oggi, in Israele, decine di migliaia di russi ortodossi di lingua ebraica, migliaia di ebrei messianici, così come etiopi ortodossi, protestanti e altri credenti in Cristo, si trovano ad affrontare queste stesse sfide.”

In una intervista pubblicata sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme il Padre gesuita David Neuhaus  spiega come oggi si vive “ il  “mistero di Israele”  che si riferisce a un versetto delle lettera ai Romani, quello che ricorda il grande mistero di Gesù, l’Ebreo che viene incontro al suo popolo, il quale non lo riconosce come Messia. Oggi, siamo più consapevoli di come noi cattolici abbiamo contribuito a questo stato di fatto. Noi purtroppo non siamo stati autentici testimoni di Cristo nel nostro rapporto con gli ebrei (e con tanti altri). I nostri peccati di violenza, di sete di potere, di avidità e di gelosia hanno impedito che il volto di Cristo fosse visibile da parte degli Ebrei. Dobbiamo tenere nel cuore il convincimento che Dio è sempre fedele, Egli non respinge gli ebrei e non respinge noi, insieme dobbiamo trovare i modi per testimoniare l’amore di Dio nel mondo.”

Lo sguardo è al futuro anche con le parole di una preghiera per chiedere di “lavorare per l’unità del tuo corpo Signore in questa terra, per la guarigione della divisione tra Israele e le Nazioni.”

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