Suor Irene, la beata che ha salvato 240 vite dalla violenza della guerra

Suor Irene in un ospedale militare di Kilwa
Foto: www.suorirenestefani.org
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“Era il gennaio del 1989. Un gruppo di persone era in pericolo di vita: fuggiva da una delle fazioni armate coinvolte nella guerra civile, giunti a Nipepe, Diocesi di Lichinga, Mozambico, si rifugiarono nella chiesa parrocchiale. Entrati in quel luogo sacro cominciarono a pregare e a chiedere aiuto attraverso la mia intercessione. E il Signore li ascoltò.”

Il racconto immaginato in prima persona è quello del miracolo di Suor Irene Stefani, delle Missionarie della Consolata, che è stata beatificata oggi a Nyeri, in Kenya, dal cardinale Polycarpo Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam.

Padre Gottardo Pasqualetti, IMC e Procuratore della causa di beatificazione ricorda la situazione drammatica del Mozambico in quegli anni:  “Il caso preso in considerazione avvenne durante la guerra civile del Mozambico, diviso tra due contrapposte fazioni, siglate RENAMO e FRELIMO. Alle distruzioni ed eccidi che  accompagnano questa grave situazione si è aggiunta l’aggravante dell’ideologia marxista di una delle due fazioni. Questa ha portato a persecuzione dei cristiani e catechisti, molti dei quali hanno segnato con il sangue la loro appartenenza a Cristo. L’altra è stata pure motivo di sofferenza e di pericoli per presunti atteggiamenti favorevoli da parte dei cristiani alla parte avversa.”

La storia è una pagina di cronaca di guerra. Una chiesa dove 230 persone vengono strette in un assedio, bevono l’acqua del fonte battesimale e mangiano qualche biscotto. Il parroco chiede a tutti di pregare suor Irene Stefani, missionaria del suo Istituto, la Consolata. La preghiera viene ripetuta da tutti per due giorni, fino a quando 140 persone vengono fatte uscire, caricate come bestie da soma e costrette a marciare per decine di chilometri nella foresta. Gli altri 80 restano in chiesa un altro giorno, poi i miliziani se ne vanno.

Il primo prodigio di suor Irene è davanti agli occhi di tutti: l’acqua del fonte battesimale non si esaurisce e tiene in vita tutti. Poi dopo una settimana tutti i 140 ritornano al villaggio. Sono scampati a storie incredibili.

Suor Irene era nata in provincia di Brescia nel 1891, battezzata col nome di Mercede, quinta di dodici figli. A 20 anni entra tra le Missionarie della Consolata, a 23 parte per il Kenya. Per i primi anni si dedica all’assistenza negli ospedali militari – strutture fatiscenti senza nulla –  dove pulisce e fascia le ferite dei portatori africani, arruolati per trasportare materiale bellico della Prima Guerra Mondiale. La guida un motto: “Dolcezza, affabilità grande, molta, molta pazienza”.

“Lei non perdeva la speranza di aiutare la gente gravemente colpita e faceva di tutto per dare speranza, per curare se c’era bisogno, per dare da mangiare, per insistere nello stare loro vicino. Andava anche alla ricerca di coloro che erano già stati buttati via come morti e alle volte riusciva a recuperare persone che non erano morte e le aiutava a ricominciare a vivere”.

Nel 1920, suor Irene raggiunge la missione di Ghekondi, dove si dedica all’insegnamento scolastico. Gira per le capanne, col sorriso e un rosario in mano, alla ricerca di ragazzini da invitare a scuola e così conosce e aiuta come può anche le loro mamme. Insegna alle giovani consorelle, giunte da lei per il tirocinio missionario, e le circonda di affetto e attenzioni. Poi, nel settembre 1930, mentre si trova a Nyeri per gli esercizi spirituali - lei che aveva scritto con slancio “Gesù! Se avessi mille vite le spenderei per Te” - matura il desiderio di offrire la propria vita per le missioni. La superiora le nega finché può il permesso di tornare a Ghekondi dove intanto a preso a infuriare la peste, poi si arrende alle sue insistenze. Irene comincia ad assistere i malati, un uomo in particolare.  Domenica 26 ottobre 1930 è la festa di Cristo Re. Suor Irene alla Messa guida le preghiere, ma i brividi le gelano le ossa. Si mette a letto. Muore cinque giorni dopo, a 39 anni, felice di andare "in Paradiso", come dice a chi le è accanto in lacrime. Colei che chiamano “Nyaatha”, cioè “madre misericordiosa”, realizza il sogno annotato un giorno su una pagina - “Poter dire: Io sono Irene di Gesù e meritare la risposta: Io sono Gesù di Irene” - e lascia un esempio immortale alle missionarie che oggi la venerano.

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