Tito Brandsma, il pioniere della stampa cattolica che fu ucciso a Dachau

Il Beato Tito Brandsma tra le sue carte
Foto: PD
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Era carmelitano, mistico, studioso, ed aveva il compito di assistente ecclesiastico della stampa cattolica. Era anche un giornalista, un apostolo della verità. Per questo, il carmelitano olandese Tito Brandsma fu subito messo sotto la lente di ingrandimento dei nazisti quando occuparono l’Olanda nel 1940. E per questo, fu ucciso nel campo di concentramento di Dachau il 26 luglio 1942.

Beatificato da Giovanni Paolo II nel 1985, Tito Brandsma rappresenta quell’ideale di intelletuale dalla fede semplice e salda, capace di vivere il martirio con serenità, e persino di aiutare l’infermiera che gli praticò l’iniezione letale a ritrovare la fede, senza proclami, ma semplicemente avendo “compassione di lei”, come poi raccontò la stessa infermiera testimoniando al processo di beatificazione.

È la forza della verità, quella che muove Tito Brandsma. Entrato a Dachau nel 1941, già nella lista di quelli che sarebbero dovuti morire, ha un confronto con il sergente giudiziale Hardegen, che gli propone di andare agli arresti domiciliari in un convento carmelitano. Al rifiuto di Brandsma, Hardegan gli chiede di scrivere un saggio per spiegare perché i cattolici olandesi si opponevano al nazionalsocialismo, e Brandsma lo fa, con argomentazioni suggestive. Non aveva possibilità di cercare riferimenti bibliografici, ma aveva ben saldi nella memoria gli articoli già scritti, compreso uno in un libro sulla situazione degli ebrei in Germania.

L'articolo era contenuto in una collettanea Sulla situazione degli Ebrei in Germania, del 1935, quando smascherò l’ideologia nazista, ne mostrò i legami con una particolare interpretazione di Friedrich Nietzsche e Max Stirner, e mise in luce in che modo la società avrebbe dovuto contrastare questo pensiero. Il suo articolo si chiamava “L’inganno della debolezza”, e contrapponeva alla legge del dominio l’amore e l’umiltà, che nascono nel mondo giudeocristiano e degradano il superuomo del regime nazista.

In quell’articolo ci sono anche le basi del lavoro dei vescovi olandesi. Nel 1940, i tedeschi invadono l’Olanda. Lui è assistente della stampa cattolica, e in quella veste si adopera per coordinare i direttori dei periodici e delle pubblicazioni cattoliche. Un incarico che gli viene dato dall’episcopato olandese, che rifiutava di acettare gli ordini razzisti e antisemiti della stampa cattolica.

Così, quando nel 1941 scoppia la questione della pubblicazione sui quotidiani cattolici degli annunci del Movimento Nazionalsocialista Olandese, Brandsma invia una circolare chiarissima:“Le direzioni e le redazioni – scrive - sappiano che dovranno rifiutare formalmente tali comunicati, se vogliono conservare il carattere cattolico dei loro giornali; e questo anche se un tale rifiuto conducesse il giornale ad essere minacciato, ad essere multato, ad essere sospeso temporaneamente o anche definitivamente. Non c’è niente da fare. Con questo siamo giunti al limite. In caso contrario non dovranno più essere considerati cattolici... e non dovranno né potranno più contare sui lettori e sugli abbonati cattolici, e dovranno finire nel disonore”.

Oltre che dal mondo del giornalismo, Brandsma rifiuta che i collegi cattolici attui le misure contro i bambini di origine ebraica. Benché non lavorasse direttamente nel campo dell’istruzione, il beato Brandsma parecchi anni prima aveva fondato vari collegi carmelitani, per cui era stato nominato direttore dell’Unione delle scuole cattoliche, incarico che mantenne per molti anni. Per questo la sua voce e la sua opinione erano tenute in gran conto dagli insegnanti cattolici.

Non ci vuole molto per comprendere che l’opera di questo testimone della verità era scomoda. Nel gennaio del 1942 Padre Tito Brandsma venne arrestato e condotto ad Amersfoort, “campo di passaggio”, dove i prigionieri attendevano la deportazione.

L’infermiera che doveva occuparsi di lui ha raccontato gli ultimi eroici giorni di padre Brandsma, che pure scrive ai suoi confratelli per dire loro che si sente come a casa nel campo di concentramento, perché c’è Gesù con lui.

Il 26 luglio, quando l’infermiera arriva per somministrargli l’acido fenico ed ucciderlo, padre Brandsma le regala il suo rosario. L’infermiera dice che è un dono inutile, perché non sa pregare, e lui risponde che basta che dica “Oh Maria, prega per noi peccatori”. Furono le sue ultime parole. Parole che suscitarono in quell’infermiera la grazia della conversione.

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