Undici rifugiate irachene cuciono il loro futuro. Creando un atelier

Le undici ragazze del team "Rafedìn - Made by Iraqi Girls"
Foto: Pagina Facebook Rafedìn - Made by Iraqi Girls
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Si chiama “Rafedìn”, e in arabo significa “tra i due fiumi”. I due fiumi sono il Tigri e l’Eufrate, che sono poi i due fiumi dell’Iraq. Da lì vengono Sandra, Dalida, Diana, Farah, Santa, Shahad, Mariam, Sally, Zina, Sophia, Dina. Sono giovani irachene cristiane, rifugiate ad Amman, in Giordania, dopo l’arrivo dei miliziani del sedicente Stato Islamico, che stanno letteralmente ricucendo la vita. Perché Rafedìn è il loro atelier di moda. Una griffe che aggiunge il titolo di “Made By Iraqi Girls” messo in bella vista sulla targhetta bianca che accompagna tutte le loro creazioni.

Si sono scoperte sarte grazie all’impegno di due donne pugliesi, Rosaria Diflumeri e Carla Ladogana. La prima proprietaria di una boutique a Cerignola, la seconda docente universitario, hanno risposto alla richiesta di “Abuna” Mario Cornioli, sacerdote toscano del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Sua l’idea di un corso di taglio e cucito. Serviva a svegliare i rifugiati dal torpore. Ha dato loro la speranza di un futuro.

Perché la vita dei rifugiati è difficilissima. Non tanto per le condizioni di vita, considerate transitorie, ma piuttosto perché nulla si sa di quanto durerà la transizione. Le testimonianze date da alcune di loro al sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme sono emblematiche.

Shahad ha raccontato che “la gente di Giordania ci ha fatto sentire benvenute, non di certo a disagio. Ma la difficoltà riguarda proprio l’attesa: l’attesa di ottenere un permesso di lavoro, di trovare lavoro. Siamo qui, senza occupazione, senza un reddito. Viviamo con le poche cose che abbiamo potuto portare con noi dall’Iraq. Ma improvvisamente è venuto fuori questo progetto. Ci è piaciuto e abbiamo deciso di prendervi parte”.

E Farah ha raccontato che loro “sono emigrate a causa delle pericolosa situazione in Iraq: siamo state costrette a lasciare la nazione. Questo progetto è una opportunità di coltivare il nostro talento e di assicurarci un reddito”.

Come ha avuto inizio l'avventura? Diflumeri a Ladogana si sono recate in Giordania lo scorso febbraio, e hanno dato per otto giorni (dal 23 febbraio all’1 marzo) lezione di taglio e cucito al centro delle Sorelle Salesiane di Amman, proprio lì dove un lavoro o un permesso di studi fuori dalla Chiesa è proibito a oltre 10 mila rifugiati.

Ne è nata una griffe che ripropone le fogge e i colori dell’Iraq, con collezioni formate da pezzi unici che sono venuti a prezzi dai 50 ai 150 euro. “La nostra idea – dice don Cornioli – è di portare in Italia i prodotti e i vestiti che hanno fatto le ragazze, venderli in Italia e dare loro una possibilità di guadagnare qualcosa per loro e le loro famiglie, cosicché possano rimanere in Giordania e vivere una vita decente”.

Senza possibilità né di studiare né di lavorare, in attesa di un visto che non arriva mai verso Stati Uniti, Canada o altre nazioni, i rifugiati in Giordania vivono una vita sospesa. Ma ora il progetto Rafidìn ha creato anche un circolo virtuoso, tanto che ora le ragazze sono aiutate da un migliaio di volontarie appartenenti alla comunità di Amman.

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