Utero in affitto, una nuova schiavitù imposta dai ricchi ai poveri

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Foto: notizieprovita.it
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“Ho ventinove anni, sono sposata da undici e ho un figlio di nove...sono una macchina perfetta per procreare; non lo dico io, me lo ripetono i medici della clinica Biotexcom di Kiev ...ho un figlio solo, che è la gioia più grande della mia vita. Gli altri che ho dato alla luce sono figli altrui. Non ricordo né il giorno in cui nacquero né se fossero maschio o femmina, né quanto pesassero. Non mi interessava e non mi interessa. Questi bambini non hanno nulla di me, non hanno il mio DNA, non saranno educati da me. Li ho solo messi al mondo, ho aiutato qualcuno che non poteva farlo naturalmente”.

É la drammatica testimonianza di una madre surrogata, Natasha, raccolta dal Pontificio Consiglio per i Laici e proposta come riflessione per il mese di agosto e basato sul rapporto “Surrogate Motherhood – Ethical or Commercial”  pubblicato nel 2014 in India dal “Centre for Social Research”.

La drammatica realtà dei paesi poveri, “usati” dai paesi ricchi anche per “produrre” figli è diventato tragedia nella tragedia nel Nepal sconvolto dal terremoto. Nei primi momenti in cui i soccorso cercavano di salvare vite umane c’è stata una rapida evacuazione di numerose coppie omosessuali che si trovavano là ad affittare uteri per avere un bambino. Notizia nascosta tra le tante dal Nepal.

“Il clamore che accompagna questo genere di notizie- si legge nel testo del Pontificio Consiglio-  getta una luce momentanea su un fenomeno in rapida crescita: coppie provenienti da paesi ricchi richiedono la “produzione” di bambini ad agenzie specializzate che offrono i propri servizi utilizzando donne di paesi poveri, con le garanzie del miglior marketing, ottenendo lauti profitti.”

Per addolcire il linguaggio e la cruda realtà si parla  di “viaggi di maternità sostitutiva”. Ma la verità è che con i soldi di compra anche il sesso del bambino. “Gli eufemismi riescono solo a malapena a nascondere la realtà: siamo di fronte al nuovo volto della schiavitù; si fanno affari approfittando di un vasto vuoto legislativo a livello nazionale e internazionale. La maternità è mercificata.”

I dati parlano chiaro: “Secondo il rapporto Surrogate Motherhood – Ethical or Commercial pubblicato nel 2014 in India dal locale Centre for Social Research, siamo di fronte a un abuso evidente, anche considerandolo solo dal punto di vista commerciale. La madre surrogata guadagna tra l’1 e il 2% del costo pagato dai “genitori” per il figlio.” Una compravenda di esseri umani che ha devastanti ricadute psicologiche sulle madri in primo luogo, e ovviamente sui bambini. Il rapporto riporta alcune reazioni delle madri.  Il contratto tra i “clienti” e la “madre incaricata” precisa che quest’ultima si disinteresserà totalmente del destino dei bambini che accetta di far nascere  che non li considererà figli propri. La madre surrogata deve vivere vivere la gravidanza con indifferenza, cercando di convincersi che non si tratta di suo figlio. Inoltre se il bambino presenta malformazioni o non è del sesso scelto, è obbligata ad abortire.

Così ecco il racconto di Natasha che si definisce “macchina perfetta” senza neanche pensare alla sua dignità e a quella del figlio. E i figli come reagiscono quando conoscono la storia della loro nascita?

Alana, nata grazie a una donazione di sperma: “Mio padre prese del denaro e promise di non avere nulla a che fare con me. Mia madre è stata meravigliosa ... Però il mio cammino è stato una battaglia contro il vuoto dell’assenza di mio padre e una forte difficoltà a comprendere la differenza tra il sacro e il commerciale, lo sfruttamento e la cooperazione”.

Argomenti su cui riflettere per il Pontificio Consiglio, che nella sezione dedicata alle donne approfondisce con regolarità temi e articoli sulle questioni più urgenti del ruolo delle donne nel mondo.

Ecco allora la proposta per la riflessione “È giusto mettere al mondo bambini privandoli del senso di appartenenza, gravandoli, sin dall’inizio della loro esistenza, di un retaggio complicato, di un desiderio inappagabile di conoscere chi sono, di domande senza risposta sulla loro origine? Alcuni pensano di risolvere questi problemi invitano i genitori a essere “onesti” con i bambini sin dall’inizio, senza nascondere la loro origine; forse è meglio che occultare la verità, ma certo non appaga il desiderio di conoscere.

Siamo in un mondo complesso, dove per gli esseri umani è difficile accettare i propri limiti: ci sentiamo in grado di fare tutto e ci arroghiamo il diritto di fare ciò che vogliamo. Un’umanità affetta da delirio di onnipotenza, senza punti di riferimento per orientarsi su ciò che è bene e ciò che è male...

Emerge inequivocabilmente l’urgenza di elaborare un’“ecologia umana”, per preservare l’umanità da questi deliri di onnipotenza e affermare il diritto del bambino a nascere dall’amore dei suoi genitori, un padre e una madre. Un’ecologia umana che ci aiuti a ricollocarci al nostro posto di creature, figli di un Padre che ci ama e ci perdona, e a ritrovare lo stupore di accogliere il dono della vita.”

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