Il Papa in Armenia ha scoperto chi sono i 36 soldati che hanno salvato la fede?

Un Evangeliario dell'XI secolo
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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Qual è il destino del popolo armeno? “Una vita di pietra e tenerezza di madre”, ha detto Papa Francesco, nel volo di ritorno dai 3 giorni di viaggio nella prima nazione cristiana. La verità è che il popolo armeno ha avuto anche 36 soldati per difendere la fede. Soldati che hanno costruito la nazione, che non solo è stata la prima a proclamarsi cristiana, ma che probabilmente è l'unico vero “popolo del libro” dei tempi moderni. Perché il libro per gli armeni è tutto, e permea la religiosità popolare.

Ma chi sono questi 36 soldati? Sono le lettere dell’alfabeto armeno, “inventato” da Mesrop Mashtoz, un geniale frate vissuto a cavallo del III e IV secolo che mise tutti i suoni fonetici armeni in fila, e diede a ciascun suono una lettera. Era una vocazione, quella di Mashtoz: a lui si attribuisce anche la creazione dell’alfabeto georgiano e di quello caucasico albaniano.

Fatto sta che la creazione di questi 36 soldati salvò la fede armena e costruì nazione, popolo e cultura. Racconta ad ACI Stampa Artsrun Sahakyan, esperto di filologia della storia, professore universitario e ricercatore al Matenadaran, il Museo del Manoscritto di Yerevan, che “l’Armenia era un Paese pagano, come tutti quel del circondario. Subiva l’influsso romano, greco, persiano, mazdeista. Quando, con il Battesimo di Mitridate III, il Battesimo divenne religione ufficiale, non c’era l’alfabeto armeno. Si predicava in greco o in siriaco, ma non in armeno. Si prendevano i libri sacri, e durante le celebrazioni si faceva una traduzione all’impronta dei testi greci e siriaci”.

Così, con “l’alfabeto, Mashtoz creò una lingua letteraria. Una lingua che in realtà era già ben sviluppata, andava solamente codificata, direi ‘scolpita su pietra’. Tanto che la traduzione della Bibbia, la prima delle traduzioni, era già avanzatissima. Tutti si sono chiesti come mai una prima traduzione fosse così perfetta. La verità sta nel fatto che non c’era da codificare una lingua: la lingua c’era già”.

Nasce così lo straordinario amore per i libri del popolo armeno, legato direttamente alla fede cristiana.

Spiega Sahakyan che “siccome il primo dei Manoscritti è stato la Bibbia, tutti i libri erano considerati come protettori, santi. Si parla spesso di cristianesimo popolare, come per esempio quello del culto di San Gennaro in Italia. Il cristianesimo popolare in Armenia è basato sui libri, e le variazioni di questo culto popolare dipendono dalla regione. In Italia vengono conservate e venerate le reliquie, in Armenia abbiamo i libri. Il primo libro di San Gregorio di Narek, per esempio, è considerato come una seconda Bibbia”.

Sta tutta qui l’importanza del Matenadaran per il popolo armeno. “Abbiamo – racconta Anna Sayunts, una giovane guida del Matenadaran – circa 19 mila manoscritti. Ci sono libri occidentali i cui contenuti sono sopravvissuti solo grazie alla traduzione armena”.

Il fatto è che “ogni famiglia – spiega Sahakyan – ha voglia di andare alle radici della sua famiglia, della sua dinastia. Il Matenadaran ha una importanza enorme per le persone: ci sono i documenti di ogni posto, di vari Paesi, ogni comunità ha il suo simbolo e il santo protettore che è appunto il manoscritto”.

Ma poi c’è anche una importanza universale. “Il cristianesimo come preghiere diventa libro, e poi il libro diventa una parte del cristianesimo popolare, di culto. E quando il cristianesimo popolare si è rafforzato, ha influenzato lo stesso comportamento degli uomini di Chiesa.”

Anna Sayunts mostra rotoli manoscritti del XIX secolo, che “venivano messi nelle borse e portati ovunque, come oggi si fa con i rosari.

E allora si capisce l’importanza di Mashtoz, la cui statua di pietra si staglia di fronte al Matenadaran e guarda verso Erevan, con un occhio sull’Ararat, sempre lì eppure sempre dall’altra parte di un muro politico che sembra invalicabile. “Ha salvato il cristianesimo – afferma Sahakyan – perché il cristianesimo è la religione del Libro, e senza libro non c’è cristianesimo”.

Ancora oggi, l’Armenia resta la nazione del “popolo del Libro”. Ed è probabilmente questa la forza che la ha mantenuta cristiana, nonostante invasioni, persecuzioni, colonizzazioni. Come l’ultima, terribile, del comunismo, che censurava i libri e addormentava le coscienze. Eppure gli intellettuali armeni sono rimasti vivi e presenti sulla scena. Non si sono mai arresi. Hanno superato le censure. Anche Tsitsernakaberd, il memorial del genocidio, con quella “Fortezza delle Rondini” da cui Papa Francesco ha fatto partire il suo ennesimo grido di pace, nasce dal movimento degli intelletuali. I quali lo chiesero a gran voce quando il tema era tabù, riempirono le piazze nel 1965, e ne ottennero la costruzione con una inaugurazione cui presenziò anche il Segretario del Partito Comunista. E il tema dei fatti del 1915 è drammaticamente presente nel Museo, con i documenti originali delle deportazioni che servono proprio a non dimenticare.

Così, la statua di Mashtoz rappresenta il piccolo grande segno che nessuno potrà mai piegare un popolo che fonda la sua vita, la sua fede, la sua religiosità popolare sul Libro. E ognuno dei 19 mila manoscritti conservati nel Matenadaran, e degli innumerevoli manoscritti che ancora sono di proprietà delle famiglie della diaspora, raccontano la stessa storia. I 36 soldati degli armeni hanno protetto il cristianesimo meglio di chiunque altro.