Papa Francesco, un motu proprio per un maggiore controllo dei testi liturgici

La pagina vaticana del Codice di Diritto Canonico
Foto: PD
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Con due sostanziali modifiche al Codice di Diritto Canonico, Papa Francesco riafferma il controllo della Sede Apostolica sulle edizioni dei testi liturgici. Il motu propriu Magnum Principium, pubblicato oggi, cambia così il modo in cui i testi litrugici vengono revisionati e approvati, riequilibrando le competenze di Conferenze Episcopali e Sede Apostolica, e dando a quest’ultima il compito di confermare ogni eventuale modifica.

Le modifiche del Codice di Diritto Canonico riguardano il canone 838, e in particolare i commi 2 e 3. Il Canone affermava che “regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa”, e che questo compete “propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, del vescovo diocesano”.

Nel comma 2 si leggeva che “è di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque”.

Secondo la nuova formulazione, la Sede apostolica ha il compito di “rivedere gli adattamenti approvati a norma del diritto dalla Conferenza Episcopale, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate ovunque fedelmente”.

In pratica, il principio della autorizzazione viene sostituito da quello della revisione. Prima, le Conferenze Episcopali dovevano ottenere una autorizzazione per fare modifiche, ora queste modifiche verranno prima revisionate dalla Sede apostolica.

Il comma 3 del Codice di Diritto Canonico, secondo la vecchia dicitura, affermava che le Conferenze Episcopali sono chiamate a “preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede”.

La nuova formulazione sottolinea che le Conferenze Episcopali sono chiamate a preparare “fedelmente” le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti”, che devono essere “adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare I libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede Apostolica”.

Anche questa modifica ristabilisce la centralità della Sede Apostolica, chiamata a vigilare sulle edizioni e le modifiche.

Le modifiche non sono di poco conto, e vanno a toccare anche la Pastor Bonus, la Costituzione Pastorale che regola funzioni e competenze degli organismi di Curia, perché cambia anche il ruolo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Spiega in una nota l’arcivescovo Arthur Roche, segretario della Congregazione, che “lo scopo della modifica è definire meglio i ruoli della Sede apostolica e delle conferenze dei vescovi, chiamate a operare in dialogo tra loro, nel rispetto della propria competenza, che è differente e complementare, in ordine alla traduzione dei libri tipici latini, come degli eventuali adattamenti, che possono riguardare testi e riti. E ciò al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.

L’arcivescovo Roche chiarisce che la modifica delle norme riguarda i temi della ricognitio e della confirmatio, ovvero del riconoscimento dei cambiamenti e della conferma dei cambiamenti dei testi liturgici.

La recognitio è l’oggetto del cambiamento del comma 2 del canone 838, ed implica – sottolinea il numero 2 del Culto Divino – “il processo di riconoscimento da parte della Sede apostolica dei legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli ‘più profondi’, che le conferenze episcopali possono stabilire e approvare per i loro territori, nei limiti consentiti”. La Sede Apostolica è così chiamata a “rivedere e valutare tali adattamenti” per salvaguardare il rito romano.

La ricognitio è invece l’oggetto della modifica del numero 3 del canone. L’arcivescovo Roche sottolinea che le versioni devono essere compiute “fideliter” secondo i testi principali, e “non si configura come un intervento alternativo di traduzione , ma come un atto autoritativo con il quale il dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi”, cosa che presuppone “una positiva valutazione della fedeltà e della congruenza dei testi prodotti rispetto all’edizione tipica su cui si fonda l’unità del rito”.

Proprio l’unità del rito è lo scopo principale del motu proprio. Papa Francesco sottolinea nel motu proprio che, dato che nel corso del tempo si sono notate delle difficoltà tra Conferenze Episcopali e Sede Apostolica, c’era biogno di una modifica “affinché continui il rinnovamento dell’intera vita liturgica”, riaffermando e mettendo in pratica “alcuni principi trasmessi sin dal tempo del Concilio.”

E il criterio segnalato è quello di “prestare attenzione all’utilità e al bene dei fedeli”, senza “dimenticare il diritto e l’onere delle Conferenze Episcopali che, insieme con le Conferenze Episcopali di regioni aventi la medesima lingua e con la Sede Apostolica, devono far sì e stabilire che, salvaguardata l’indole di ciascuna lingua, sia reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale e che i libri liturgici tradotti, anche dopo gli adattamenti, sempre rifulgano per l’unità del Rito Romano”.