Parigi, 20 January, 2026 / 2:00 PM
Dopo il diritto all’aborto, il diritto al suicidio assistito. In Francia è cominciato il dibattito su un disegno di legge che definisce la pratica eutanasica come diritto, in un crinale sempre più a capofitto verso la “cultura della morte”. E, com’è già successo per il dibattito sull’aborto, i vescovi di Francia scendono in campo con forza, con una dichiarazione pubblica, una “tribuna” in cui sottolineano che “la vita non si cura dando la morte”.
Il testo è stato pubblicato lo scorso 15 gennaio, e rappresenta una delle reazioni più avanzate alla questione dell’eutanasia. È un testo che affronta il tema con delicatezza, e con il “profondo rispetto per coloro che affrontano la fine della vita”, non fosse altro perché “la Chiesa ha una lunga storia di accompagnamento dei malati e delle persone con disabilità, dei caregiver, degli operatori sanitari, dei cappellani di ospedali e case di cura”.
È una Chiesa che ascolta l’angoscia, e che per questo conosce il dramma di chi lo vive. I vescovi notano che, per oltre venticinque anni, “la Francia ha compiuto una scelta unica e preziosa: rifiutare sia i trattamenti aggressivi irragionevoli che la morte indotta, affermando sia il diritto a non soffrire sia il dovere di accompagnare la vita fino alla fine”.
C’è, si legge nel testo, un “approccio francese” coerente e riconosciuto che è “basato sullo sviluppo di una cultura delle cure palliative, sulla considerazione dei desideri del paziente, sulle direttive anticipate e sulla possibilità di una sedazione profonda e continua, non per causare la morte ma per alleviare il dolore”.
Perché, aggiungono i vescovi, “le cure palliative sono l'unica risposta veramente efficace alle situazioni angoscianti delle cure di fine vita”, e per questo il disegno di legge che prevede la parità di accesso a queste cure ha il plauso dei vescovi, perché “molti operatori sanitari impegnati in questo approccio attestano che considerare il malato terminale o il morente nella sua dimensione fisica, ma anche psicologica, relazionale e, ove applicabile, spirituale, come offerto dalle cure palliative, porta quasi sempre alla scomparsa delle richieste di morte tra i malati terminali”.
I vescovi sottolineano che “dietro la richiesta di morte, spesso si esprime una richiesta di vivere”, e per questo non si capacitano della nuova legge, dato che il problema non è tanto l’assenza di una possibilità eutanasica, ma piuttosto il fatto che “la legge vigente non è sufficientemente applicata e l'accesso alle cure palliative rimane fortemente diseguale in tutto il Paese. Ancora oggi, quasi un quarto del fabbisogno di cure palliative non viene soddisfatto”.
Secondo la Conferenza Episcopale Francese, la legalizzazione dell’eutanasia “cambierebbe profondamente la natura del contratto sociale”, denunciando le parole che “tendono a nascondere” altri concetti, poiché “presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. La vita non si cura togliendo una vita”.
I vescovi rifiutano “la strumentalizzazione di concetti essenziali come dignità, libertà e fraternità”, e ribadiscono che “la dignità di un essere umano non varia in base al suo stato di salute, alla sua autonomia o alla sua utilità sociale; è insita nella sua umanità, fino alla fine. È inalienabile”.
Inoltre, i vescovi di Francia notano che “la libertà non può essere considerata in astratto”, poiché “la libertà di ogni individuo deve essere considerata anche nella sua dimensione relazionale: siamo interdipendenti e le scelte di alcuni influenzano gli altri”, e quindi “attribuire il peso della scelta della morte a un paziente, a una famiglia o a un'équipe medica formata per curare, non per uccidere, significa negare il mistero di comunione che ci lega gli uni agli altri”.
Ma i vescovi francesi denunciano anche l’invocazione della “legge di fraternità” quando si tratta di causare la morte, perché la fraternità “non consiste nell'affrettare la morte di chi soffre o nell'obbligare chi si prende cura di qualcuno a causarla, ma nel non abbandonare mai chi sta vivendo questi momenti difficili e dolorosi. La fraternità ci chiama a respingere definitivamente la tentazione di togliere la vita e, allo stesso tempo, a impegnarci con determinazione per sviluppare efficacemente le cure palliative in tutto il Paese, rafforzando la formazione degli operatori sanitari, supportando chi si prende cura di loro, combattendo l'isolamento e riconoscendo che la vulnerabilità è parte della condizione umana”.
I vescovi invitano i leader politici a considerare tutte le implicazioni del dibattito in corso, sottolineando come non siano stati stimolati da una motivazione “primariamente ed esclusivamente religiosa”, ma piuttosto vogliono dare voce “alla profonda preoccupazione espressa da tanti malati, persone con disabilità, dalle loro famiglie e da chi si prende cura di loro”, poiché “con questa proposta di legge, questi ultimi si troverebbero ancora una volta in prima linea e costretti a compiere azioni contrarie all'etica della cura e al patto di fiducia che li lega ai pazienti e alle loro famiglie o ai loro cari. Esiste un rischio significativo di minare il rapporto di fiducia tra caregiver, pazienti e la loro cerchia ristretta”.
È un voto cruciale, aggiungono i presuli, perché pone di fronte al significato stesso della vita, della sofferenza e della morte. I vescovi, d’altronde, lo dicono con chiarezza: “Crediamo che una società cresca non quando offre la morte come soluzione, ma quando si mobilita per sostenere la vulnerabilità e proteggere la vita, fino alla fine. Il cammino è esigente, certo, ma è l'unico veramente umano, dignitoso e fraterno”.
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