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Sessanta anni fa, cattolici e ortodossi revocavano le scomuniche reciproce

La conferenza all'Angelicum del Cardinale Koch e il metropolita Job di Pisidia

Con due relazioni lunghe e dettagliate, il Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il metropolita Job di Pisidia del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, co-presidenti della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa, hanno celebrato il sessantesimo anniversario dalla revoca reciproca delle scomuniche.

L’evento si è tenuto il 21 gennaio, in occasione della Cattedra Tillard, che ha organizzato una conferenza pubblica dedicata al 60mo anniversario della revoca delle scomuniche del 1054.

Il cardinale Koch si è concentrato sul significato teologico della scelta, sottolineando che nel “lungo cammino” ecumenico, è necessario, come primo passo, “dimenticare ciò che c’è dietro di noi”.

Il cardinale ha ricostruito il cammino che ha portato alla revoca della scomunica, dall’incontro tra Paolo VI e Atenagora a Gerusalemme nel 1964, che poi, il 7 dicembre 1965, il giorno prima della sessione conclusiva del Concilio Vaticano II, portò a togliere la mutua scomunica tra parte delle due Chiese.

Koch parla di un atto mutuo che ha “rimosso il veleno storico della scomunica” dalla Chiesa, con un evento dalla “forza ecclesiastica” molto diversa da quella del 1054, quando il cardinale Humbert de Silva Candida e i suoi compagni posero la bolla di scomunica sull’altare di Hagia Sophia contro il proclamato “pseudo-patriarca Michele” e l’arcivescovo Leone di Ocrida e i suoi ausiliari, e quano, qualche anno dopo, il patriarca Michele Kerullarios pronunciò una contro-scomunica, cosa che – nota Koch – “rese chiaro che le bolle di scomunica erano dirette solo contro personalità individuali e non contro le Chiese”, e che la scomunica pronunciata dal cardinale Humbert contro la Chiesa bizantina non era “formalmente valida”, e non avrebbe potuto avere alcuna validità canonica, dato che Leone IX era morto tre mesi prima.

E così, guardando ai fatti – sottolinea il Cardinale Koch – si può notare che “non c’è stato scisma”, sebbene poi lo scandalo del 1054 abbia posto “un’enfasi negativa sulle relazioni ecclesiastiche tra Roma e Costantinopoli”, ma non  fu considerata al tempo la causa della separazione successiva. Per questo, l’atto del 1965 “non può ancora significare la fine della separazione nella Chiesa tra Est e Ovest”, anche se è l’obiettivo che Paolo VI ed Atenagora hanno espresso nella loro “dichiarazione comune”.

Il cardinale Koch parla però ulteriori passi da fare. Prima di tutto, si deve instaurare un dialogo di verità e dialogo di amore, in un clima di amicizia che ha portato a riscoprire la “fraternità” tra le due Chiese sorelle, e che no può mettere da parte la verità, compresa come “un serio esame teologico dei fattori che hanno causato la separazione nella Chiesa”.

Quindi, la pulizia della memoria, ovvero “arrivare a patti con la storia di molti eventi e dichiarazioni che hanno pesantemente rovinato le relazioni tra Costantinopoli e Roma nel passato”.

Il cardinale Koch sottolinea che “uno sguardo indietro al passato mostra che le ragioni politiche sono spesso alla base delle difficili dispute tra cristiani grechi e latini”, e dunque la pulizia della memoria non deve limitarsi a includere “insegnamenti teologici e pratiche pastorali”.

Per questo, il cardinale include la prospettiva dello “scambio ecclesiale di doni”, considerando le differenze “non solo come legittime, ma come arricchenti”, cercando un “migliore bilancio tra la sinodalità e il primato”.

Il cardinale Koch afferma che il mutuo riconoscimento come Chiese è “il primo passo verso il ripristino della comunione della Chiesa”, e deve essere seguito da un secondo passo, ovvero il ritorno della comunione eucaristica”.

Da parte sua, il metropolita Job di Pisidia ha delineato il 1054 come “un anno tragico nell’immaginario cristiano”, ripercorrendo le cronache storiche, mostrando le ragioni dell’uno e dell’altro e le ragioni (anche personali) che hanno portato al conflitto e alla divisione.

Eppure, il lavoro dei teologi “non solo ha contribuito a demitizzare lo scisma del 1054”, ma è andato anche oltre, fino a “cancellare questi anatemi dalla memoria della Chiesa”, qualcosa che fu possibile “grazie all’apertura della chiesa cattolica verso altre Chiese”, ma anche grazie all’interesse della Chiesa Ortodossa nelle Chiese cristiane dell’Occidente.

La revoca delle scomuniche è stata l’inizio di “un nuovo capitolo” che ha portato alla Commissione teologica internazionale mista, la quale ha cominciato a lavorare considerando ciò che le due Chiese hanno in comune – la comprensione dei sacramenti e della natura sacramentale della Chiesa – e poi ha affrontato la questione della sinodalità e del primato”.

Quindi, c’è stato il tema del filioque, riprendendo la raccomandazione che la Chiesa cattolica utilizzi il Credo Niceno-Costantinopolitano nella tradizione greca. E questo, per esempio, è stato utilizzato da Leone XIV nella commemorazione ecumenica dei martiri della fede del 21esimo secolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura: il credo è stato recitato senza il filioque.

Job di Pisidia rimarca anche lo spirito con cui è stato ricordato il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea da Leone XIV e dal Patriarca Bartolomeo, quando il credo fu recitato, anche in quel caso, senza il filioque.

Job si chiede se ci sarà prima o poi una piena comunione tra Chiesa Cattolica e Patriarcato Ecumenico prima del 2054 (quando si celebrerà il millennio delle scomuniche), e nota che il dialogo teologico che ha luogo tra le due Chiese sorelle ha l’obiettivo concreto non di raggiungere un compromesso né di tradire l’ortodossia della fede, ma di restaurarla sulle basi della tradizione comune del primo millennio”.

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