Dal Burundi la voce di Padre Claudio del Centro giovani Kamenge

Un momento di attività al Centro giovani Kamenge
Foto: Centro giovani Kamenge
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“La decisione dell’Unione Africana (UA) di non inviare una forza di pace in Burundi ci ha deluso, ma non tutto è perduto”: così si sono espresso alcune fonti locali dal Burundi, perché il 31 gennaio, il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, riunito ad Addis Abeba, ha annunciato di aver rinunciato per il momento ad inviare nel Paese una ‘missione di stabilizzazione’ di 5.000 uomini, per cercare di mettere fine al ciclo di violenze esploso dopo l’elezione del presidente Pierre Nkurunziza per un terzo mandato in violazione della Costituzione e del trattato di pace di Arusha.

Infatti la crisi politica ha spinto almeno 240.000 burundesi a rifugiarsi all’estero: “La maggior parte sono stati accolti in campi profughi in Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Tanzania. Piccoli gruppi di rifugiati burundesi si sono recati in Kenya ed altri in Europa”. Nel recente viaggio in Africa anche papa Francesco aveva lanciato un appello per la pace in Burundi, esortando a non dimenticare tutti i popoli che ‘anelano’ ad una vita nuova, al perdono e alla pace, pensando alle ‘tante situazioni che preoccupano’, a partire dalle realtà ‘più vicine’, come il Burundi percorso da sanguinose violenze.

Il saveriano padre Claudio Marano, missionario fino a pochi mesi fa a Bujumbura, dove ha fondato nel 1990 il ‘Centro giovani Kamenge’ per proporre ai ragazzi la via della pace e della convivenza (nel 2002 ha ricevuto il premio Nobel alternativo per la pace), ci ha raccontato la situazione: “E’ uno stato di violenza che il Burundi vive da 55 anni. Lo Stato è grande come Piemonte e Liguria, messe insieme, e dopo la liberazione ha avuto solo dittature, massacri e guerre; sono stati uccisi 500.000 persone.

Dopo un periodo di 10 anni di pace, lo stato di guerra sembra riprendere piede e ritorna in auge il fatto che Tutsi ed Hutu continuano a massacrarsi tra loro. Da fine aprile, quando il precedente presidente ha ripreso il potere, perché non ha accettato la Costituzione perché gli dava solamente due mandati invece di tre, nel Paese ci sono circa 100 morti ogni settimana e 6000 giovani in prigione; mentre 400.000 persone sono fuggite all’estero: è una situazione molto tragica che può peggiorare da un momento all’altro e diventare una guerra effettiva. Attualmente agiscono più di 20 gruppi di ribelli, in quanto sono all’opposizione; a livello dittatoriale agisce il presidente con il suo partito. Il presidente ed i ribelli non vogliono dialogare tra loro e la guerra cade sulla testa dei giovani e della popolazione”.

Ci può spiegare perché il tema del terzo mandato è il leit-motiv negativo che coinvolge tutto il continente africano nelle guerre civili?

“Probabilmente la questione del terzo mandato nasce da una questione culturale, dove il capo-tribù è a vita. Da qui si pensa che a livello democratico la cosa non possa funzionare con una democrazia, tipo occidentale, perché non rientra nell’ambito della loro cultura. Nessuno è riuscito mai a discutere su questa impostazione (si può anche vedere gli esempi della Repubblica Democratica del Congo, del Rwanda  e dell’Uganda, paesi chiamati alle urne entro il 2017). Questi tre esempi possa fare leggere una situazione di fatto che quell’africano al potere, come un capo-tribù, vuole essere al potere come i suoi avi per tutta la vita”.

In questa situazione del Paese quale è l’azione della Chiesa? 

“In teoria la Chiesa dovrebbe cercare di far capire come il potere sia al servizio della popolazione; però la Chiesa fa solo un po’, perché gli africani sono gli ultimi arrivati come cristiani. In Burundi i primi tre missionari cristiani (che poi sono stati uccisi) sono arrivati circa 150 anni fa e gli abitanti ancora non riescono a comprendere che Cristo si vive, oltre che nella messa, in tutti i momenti sociali della vita. Questo è un grande dramma per la Chiesa locale ed africana: riuscire a testimoniare Cristo in tutta la sua vita, quindi nelle opere sociali, nella scuola, nel lavoro”.    

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