Il Papa agli anglicani a Roma: andiamo ad imparare l'ecumenismo nelle Chiese giovani

Il Papa nella chiesa di All Saints a Roma
Foto: L'Osservatore Romano ACI Group
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Una visita molto intima, quella del Papa alla Comunità Anglicana nella Chiesa All Saints di Roma, a via del Babuino, per le celebrazioni del suo 200° anniversario.

Non ci sono folle che attendono il Papa, ma il clero anglicano e due “cerimonieri”. Uno di essi è una dipendente della Santa Sede, da decenni giornalista inglese della Radio Vaticana.

I saluti in inglese del vescovo David e del parroco della chiesa ricordano rapporti amichevoli che la comunità anglicana ha sempre avuto con la Sede Romana, ma anche come gli anglicani usassero all’inzio dello scisma, nato per volere del re contro Roma, la definizione “vescovo di Roma” fosse usata in senso dispregiativo.

I tempi sono profondamente cambiati e i rapporti tra il Papa e l 'arcivescovo di Canterbury sono segnati da un profondo ecumenismo, tanto che anche la parrocchia anglicana di Tutti i Santi è oggi gemellata con la parrocchia cattolica di Ognissanti a Roma. E durante la vista del Papa questo gemellaggio è stat formalmente solennizzato.

Il Papa ha benedetto una icona di Cristo San Salvatore e insieme ai vescovi Vescovi presenti ha acceso le candele davanti all’icona. L’icona di San Salvatore è stata creata da Ian Knowles, artista inglese residente a Betlemme e si ispira ad una miniatura di Matthew Paris, un monaco benedettino inglese del tredicesimo secolo.

Il rito è proseguito secondo uno schema anglicano con il rinnovo delle promesse battesimali guidate nelle rispettive lingue da Papa Francesco e dal Rev. Robert Innes, Vescovo anglicano per l’Europa. Dopo la lettura di un brano di San Paolo il Papa ha tenuto una omelia in cui ha ricordato che i nuovi rapporti ecumenici fondati sul comune battesimo.

“Quando noi - dice il Papa - comunità di cristiani battezzati, ci troviamo di fronte a disaccordi e ci poniamo davanti al volto misericordioso di Cristo per superarli, facciamo proprio come ha fatto san Paolo in una delle prime comunità cristiane. Come si cimenta Paolo in questo compito, da dove comincia? Dall’umiltà, che non è solo una bella virtù, è una questione di identità”.

Prosegue il Papa: “Diventare umili è decentrarsi, riconoscersi bisognosi di Dio, mendicanti di misericordia: è il punto di partenza perché sia Dio a operare”.

Francesco prosegue il commento del testo paolino e spiega che “se riconosciamo la nostra debolezza e chiediamo perdono, allora la misericordia risanatrice di Dio risplenderà dentro di noi e sarà pure visibile al di fuori; gli altri avvertiranno in qualche modo, tramite noi, la bellezza gentile del volto di Cristo”.

E conclude ricordando che “per la prima volta un Vescovo di Roma visita la vostra comunità. È una grazia e anche una responsabilità: la responsabilità di rafforzare le nostre relazioni a lode di Cristo, a servizio del Vangelo e di questa città. Incoraggiamoci gli uni gli altri a diventare discepoli sempre più fedeli di Gesù, sempre più liberi dai rispettivi pregiudizi del passato e sempre più desiderosi di pregare per e con gli altri”.

Molti tra i presenti gli africani, molti i non inglesi a rappresentare la comunità interetnica anglicana a Roma.

I Pontefici hanno spesso pregato insieme agli anglicani a Roma in particolare a San Gregorio al Celio e in quelle occasioni sono state anche firmate delle dichiarazioni comuni, solenne la preghiera di Benedetto XVI nella vista alla cattedrale di Westminster a Londra.

Terminato il rito con un inno della tradizione anglicana, e prima dello scambio dei doni, e dopo aver salutato il clero e alcuni fedeli anziani e malati, Papa Francesco ha risposto ad alcune domande.

Una ragazza italiana chiede: “Durante le nostre liturgie, molte persone entrano nella nostra chiesa e si meravigliano perché "sembra proprio una chiesa cattolica!". Molti cattolici hanno sentito parlare del Re Enrico VIII, ma sono ignari delle tradizioni anglicane e del progresso ecumenico di questo mezzo secolo. Cosa vorrebbe dire loro circa il rapporto tra cattolici e anglicani oggi?" 

Il Papa spiega che non si può strappare un pezzo della storia e usarlo come icona non è giusto. Un fatto storico deve essere letto con la ermeneutica di quel momento. Il Papa ricorda la comune tradizione di santi e mai le due tradizioni hanno rinnegato santi. Poi ricorda gli antichi tempi in cui religioni e politica si confondevano, ma oggi tutto è diverso, dice. Poi salta il microfono. Il Papa riprende ricordando anche l’importanza del monachesimo, una grande forza ecumenica: “Camminiamo insieme”.

E ancora una insegnante australiana: "Il suo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha messo in guardia circa il rischio, nel dialogo ecumenico, di dare la priorità alla collaborazione dell’azione sociale anziché seguire il cammino più esigente dell'accordo teologico. A quanto pare, Lei sembra preferire il contrario, cioè "camminare e lavorare" insieme per raggiungere la mèta dell'unità dei cristiani. Vero?"

Il Papa risponde dicendo che "non conosce il contesto in cui Papa Benedetto ha detto questo, magari in un contesto di teologi, e mi mette in imbarazzo commentarlo... Ma certo ambedue le cose sono importanti. E ricorda ancora la battuta di Atenagora sul mettere i teologi in un’isola. Certo quello che ha detto Papa Benedetto è vero, si deve proseguire il dibattito teologico, ma questo non si deve fare in laboratorio, ma si deve fare in cammino. E nel frattempo ci aiutiamo nelle nostre necessità anche spiritualmente.  Le cose teologiche si discutono in cammino e con questo non tradisco la mens di Papa Benedetto, “se conoscessi il contesto magari direi diversamente".

Infine un africano chiede: "La chiesa All Saints iniziò con un gruppo di fedeli britannici, ma è ormai una Congregazione internazionale con gente proveniente da diversi Paesi. In alcune di quelle regioni dell’Africa, dell’Asia o del Pacifico, i rapporti ecumenici tra le Chiese sono migliori e più creativi che qui in Europa. Cosa possiamo imparare dall'esempio delle Chiese del Sud del mondo?"

Il Papa risponde che “le Chiese giovani hanno una vitalità diversa, e cercano modi di esprimersi diversi”. Una liturgia a Roma non è lo stesso che una liturgia in Africa, dice perchè i giovani hanno più creatività. E aggiunge: "Io sto studiando, i miei collaboratori stanno studiando la possibilità di un viaggio in Sud Sudan. Perché? Perché sono venuti i Vescovi, l’anglicano, il presbiteriano e il cattolico, tre insieme a dirmi: 'Per favore, venga in Sud Sudan, soltanto una giornata, ma non venga solo, venga con Justin Welby', cioè con l’arcivescovo di Canterbury. Da loro, Chiesa giovane, è venuta questa creatività. E stiamo pensando se si può fare, se la situazione è troppo brutta laggiù… Ma dobbiamo fare perché loro, i tre, insieme vogliono la pace, e loro lavorano insieme per la pace".

Il Papa ricorda anche i martiri dell’Uganda, cattolici ed anglicani, e la difficoltà di Paolo VI davanti ad una scelta di beatificazione. "Ma le Chiese giovani hanno più coraggio", spiega. E ricorda alcuni episodi della sua vita a Buenos Aires e delle missioni  anglicane e cattoliche che lavorano insieme. "L'ecumenismo - dice - è più facile nella Chiese giovani ma è più solida nelle Chiese mature tramite lo studio teologico.  E infine un consiglio: alle Chiese europee anglicane e cattoliche farebbe bene mandare dei seminaristi a studiare nelle Chiese giovani dove si vive un ecumenismo più facile ma non più superficiale, perché non si negozia la fede o la identità".

Al termine della celebrazione, i doni: la parrocchia anglicana regala pasti per i senza tetto e Bibbie, che saranno mandate a nome del Papa, e una torta tradizionale per la ultima domenica prima della Quaresima.

Gli ultimi saluti sulla porta con i vescovi cattolici e anglicani che hanno partecipato e una piccola folla di curiosi che attendeva l'uscita del Papa.

 

 

 

 

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