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John Henry Newman, e la "grammatica" della Verità della Chiesa

Terza parte della riflessione sul teologo e santo che sfidò il liberalismo dottrinale

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John Henry Newman, il teologo anglicano che diventa prete cattolicolo qui la prima parte, e la seconda parte 

“Una verità viva che non può mai invecchiare”

Ordinato sacerdote cattolico nel 1847, dopo un breve tempo di studio a Propaganda Fide in Roma, Newman fondò l’Oratorio di San Filippo Neri a Birmingham. Nelle sue molteplici attività pastorali e teologiche si impegnava soprattutto per la formazione intellettuale e spirituale dei fedeli. Fu convinto che il confronto con gli sviluppi culturali e sociali del tempo richiede una fede che sa esibire i motivi della speranza. In mezzo a non poche difficoltà e incomprensioni – ricordiamo solo il suo tentativo, purtroppo fallito, di fondare un’Università Cattolica a Dublino, preparato con alcune conferenze pubblicate successivamente nel volume L’idea di università, altro capolavoro di Newman –, egli lavorava per una formazione di laici colti, “uomini del mondo per il mondo”, guidati da una fede illuminata e capaci di testimoniare e difendere le proprie convinzioni.

Nel 1870 uscì il Saggio a sostegno di una grammatica dell’assenso. In questo libro, anch’esso un classico, Newman analizza filosoficamente l’atto dell’assenso della mente umana alla verità, cercando di difendere il diritto dell’uomo semplice alla certezza su argomenti di fede, anche se questi non è in grado di dimostrarla scientificamente. Nella parte conclusiva di tale volume, Newman ci ha lasciato una pagina bellissima in cui riassume le “prove” per la Verità in un confronto con la religione naturale, con le promesse fatte al popolo di Israele e con le diverse religioni diffuse nell’Impero Romano. Citiamo questo passo che è di particolare rilievo nel mondo di oggi, in cui il cristianesimo è chiamato ad affermarsi e a diffondersi in mezzo ad una società sempre più pluralista:

“La religione naturale si basa sul senso del peccato; riconosce il male, ma non può trovare il rimedio, può solo cercarlo. Quel rimedio, sia per quanto riguarda la colpa che l’impotenza morale, si trova nella dottrina centrale della rivelazione: la mediazione di Cristo. Così accade che il cristianesimo sia il compimento della promessa fatta ad Abramo e delle rivelazioni mosaiche; questo è il modo in cui ha saputo fin dall’inizio occupare il mondo e guadagnare credito in ogni classe della società umana che i suoi predicatori raggiungevano; questa è la ragione per cui il potere romano e la moltitudine di religioni che esso comprendeva non potevano resistergli; questo è il segreto della sua prolungata energia e dei suoi martiri che mai cedettero; questo è il modo in cui oggi è così misteriosamente potente, malgrado i nuovi e minacciosi avversari che ne cospargono la via.

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Ha dalla sua quel dono di tamponare e di sanare l’unica profonda ferita della natura umana, che per il suo successo ha più valore di un’intera enciclopedia di conoscenza scientifica e di un’intera biblioteca di dispute, e per questo deve durare finché dura la natura umana. Si tratta di una verità viva che non può mai invecchiare. Alcuni ne parlano come se fosse una cosa della storia, con un’influenza solo indiretta sui tempi moderni; non posso ammettere che sia una mera religione storica. Certamente ha i suoi fondamenti nel passato e in memorie gloriose, ma il suo potere è nel presente. Non si tratta di squallida materia di antiquariato; non la contempliamo nelle conclusioni tratte da documenti muti e da eventi morti, ma dalla fede che si esercita in oggetti sempre vivi e dall’appropriazione e dall’uso di doni sempre presenti.

La nostra comunione con esso è nell’invisibile, non nell’obsoleto. In questo stesso tempo i suoi riti e comandamenti suscitano di continuo l’attivo intervento di quell’Onnipotenza in cui la religione iniziò molto tempo fa. Prima e al di sopra di tutto è la Santa Messa, in cui Colui che una volta morì per noi sulla croce, richiama alla memoria e, con la Sua letterale presenza in essa, perpetua quel medesimo sacrificio che non si può ripetere. In secondo luogo, c’è la Sua effettiva presenza, in anima e corpo, e divinità, nell’anima e nel corpo di ogni fedele che giunge a Lui per averne il dono, un privilegio più intimo che se noi avessimo vissuto con Lui nel Suo remoto passaggio terreno. E poi, inoltre, c’è il Suo personale dimorare nelle nostre chiese, che innalza il servizio terreno fino ad essere un acconto del cielo. Tale è la professione del cristianesimo e, ripeto, la sua stessa divinazione dei nostri bisogni è in sé una prova che ne è realmente il rifornimento”.

La forza della Chiesa, quindi, non sta nella perfezione dei suoi membri – che spesso sono purtroppo lontani dall’ideale cristiano, sebbene i santi non mancano mai –, ma nella verità divina che essa è chiamata a custodire, annunciare e comunicare a tutti e che offre il rimedio per la natura di ogni uomo, ferita dal peccato e bisognosa di guarigione e di rinnovamento.

 

“Ho resistito con tutte le forze allo spirito del liberalismo”

In conclusione ritorniamo al discorso che Newman tenne in occasione del ricevimento del “biglietto” per la nomina al Cardinalato. In tale circostanza, rinnovando la sua protesta contro il liberalismo religioso, egli offrì una precisa descrizione del medesimo:

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“Il liberalismo (in religione) è la dottrina secondo la quale non esiste verità positiva in religione, ma un credo vale l’altro; e tale dottrina va acquistando vigore di giorno in giorno. Esso non vuole riconoscere come vera alcuna religione. Insegna che tutte devono essere tollerate e che tutte sono materia di opinione. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e un gusto; non è un fatto oggettivo, né miracoloso ed è diritto di ogni individuo di seguire quello che vuole la sua fantasia. La devozione non è fondata necessariamente sulla fede.

Gli uomini possono frequentare la chiesa cattolica o la chiesa protestante, prendere quello che è buono da tutte e due senza dover appartenere a nessuna delle due. Essi possono fraternizzare insieme nei pensieri e nei sentimenti spirituali, senza avere nessuna idea in comune delle dottrine, o sentire la necessità di queste. E poiché la religione è un affare personale e una proprietà privata, noi la dobbiamo necessariamente ignorare nei rapporti tra uomo e uomo; se un uomo inventa una nuova religione ogni mattina, a te cosa importa? Non è bene intromettersi nella religione di un altro così come non è bene intromettersi nelle fonti del suo reddito o nella sua maniera di condurre la famiglia. In nessun senso la religione è un obbligo della società”.

Oggi siamo testimoni di una mentalità che sostiene idee simili, con gravi conseguenze per tutto gli ambiti della vita. Newman può ricordare a tutti, ecclesiastici e laici, che la Verità è un prezioso dono da accogliere con fede, da vivere con amore, da proclamare con gioia, da difendere con forza. Senza la luce della verità, l’uomo è privo di un punto sicuro di riferimento, la morale si riduce ad un puro soggettivismo, la vita pubblica si deforma in un gioco di poteri. Se, invece, impariamo di nuovo a cercare e a seguire umilmente la verità, ci si apre una via verso un futuro in cui si potrà vivere una vita buona e serena. “La Chiesa” – così Newman conclude il suo “Biglietto-Speech” – “non deve fare altro che proseguire nei suoi doveri, nella confidenza e nella pace; rimanere calma e aspettare la salvezza di Dio”.

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