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La morte non è una soluzione, come creare una cultura della vita

Un colloquio con Marina Casini presidente del Movimento per la Vita italiano

Marina Casini  |  | www.vitavarese.org Marina Casini | | www.vitavarese.org

“In questo nostro tempo, quando l’esistenza si fa complessa e impegnativa, quando sembra che la sfida sia insuperabile e il peso insopportabile, sempre più spesso si approda a una ‘soluzione’ drammatica: dare la morte. Certamente a ogni persona e situazione sono dovuti rispetto e pietà, con quello sguardo carico di empatia e misericordia che scaturisce dal Vangelo. Siamo infatti consapevoli che certe decisioni maturano in condizioni di solitudine, di carenza di cure, di paura dinanzi all’ignoto… E’ il mistero del male che tutti sgomenta, credenti e non”.

Così inizia il messaggio dei vescovi per la giornata della vita, che prende spunto da un versetto del libro della Sapienza ‘La morte non è mai una soluzione: Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte’, con l’auspicio che questo appuntamento “rinnovi l’adesione dei cattolici al ‘Vangelo della vita’, l’impegno a smascherare la ‘cultura di morte’, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse”.

Da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a Marina Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita, il motivo per cui  la ‘morte non è mai una soluzione’?

“Perché esistiamo per vivere e gustare la vita; per sostenerci nel buio, per prenderci responsabilmente cura gli uni degli altri, per rendere ricca la relazione centrandola sulla reciprocità nell’amore. E’ questa la cifra dell’umano. La morte come ‘soluzione’ significa sottrarre se stessi o sottrarre l’altro alla relazione che ci caratterizza strutturalmente; significa rifiutare e recidere il legame di fratellanza che è il timbro della nostra umanità. Certamente, la morte (insieme all’uguale dignità di ogni vita umana) è il nostro comune denominatore, e dunque va accettata e accolta, ma cagionarla e sceglierla è tutta un’altra cosa: sono due piani, due logiche, due prospettive completamente diverse. Ma anche laddove la tentazione di trovare una via di uscita nella morte dovesse prendere il sopravvento, la misericordia non deve mai venire meno: quella situazione, quella tentazione, è un appello a tutta la società affinché prevenga situazioni di abbandono, disperazione, solitudine, mettendo in campo tutte e risorse della solidarietà e della condivisione per vita e per la cura. La soluzione morte di uno è una sconfitta per tutti. Quando il figlio è nel grembo della mamma l’opzione morte (programmata, organizzata, offerta dalla comunità)  è particolarmente drammatica, perché colpisce la sorgente di ogni prossimità, il fulcro e il modello di ogni accoglienza”.

Allora come è possibile creare una ‘cultura di vita’?

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“Cominciando dal coltivare in sé e negli altri uno sguardo contemplativo, come ha insegnato san Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Evangelium vitae’: E’ lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. E’ lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà”.

In quale modo è possibile sconfiggere una ‘cultura di morte’?

“Con un gioioso, costante, profondo impegno per costruire tutti insieme la civiltà della verità e dell’amore: il nuovo umanesimo. Ma da dove partire? La cultura della vita nasce, come si è detto, dello sguardo che contempla la dignità umana nel più piccolo e nel più povero: il non nato, riconoscendolo uno di noi. E’ uno sguardo che la Rivelazione rafforza e intensifica, ma è uno sguardo prima di tutto della ragione: ciò che la ragione intuisce, la fede rivela. Lo sguardo può essere totale solo se accettiamo di misurarci fino in fondo con la più estrema delle ultimità: quella degli uomini non ancora nati, senza volto e senza nome, più di tutti vittime della cultura di morte che cancella, anche nelle menti, nel pensiero, la loro reale esistenza. Si tratta di aderire sempre più intimamente al ‘Vangelo della Vita’. E’ questo l’invito che oggi la Chiesa italiana rinnova con passione e coraggio, affinché la Giornata per la Vita non sia solo un giorno ma un cammino da fare insieme”.

Il messaggio ritorna ad esaminare l’articolo 5 della legge 194/78 sulle possibili soluzioni per non abortire: cosa vuol dire difendere la vita?

“Vuol dire innanzitutto di tutto riconoscere l’altro come uno di noi. E’ questo il fondamento della tutela e nello stesso tempo è già la prima e più elementare tutela. Ma se l’altro è riconosciuto come uno di noi, il linguaggio non può che essere che quello dei diritti, di cui il più basilare di tutti è il diritto alla vita che (nei confronti dei bambini in viaggio verso la nascita)  è declinato come diritto a nascere. Nello stesso tempo, data la particolare situazione della gravidanza (un essere umano che vive e cresce dentro un altro essere umano) l’attenzione deve abbracciare la donna, la mamma, liberandola dai condizionamenti che potrebbero spingerla ad abortire. La lettera dell’art. 5 della legge 194 sembra dire questo quando chiede che vengano esaminate le possibili soluzioni dei problemi; che si cerchi di rimuovere le cause che inducono la donna ad abortire; che siano offerti gli aiuti necessari durante la gravidanza. Tuttavia, come sappiamo, questa parte è disattesa. Perché? Perché manca chiarezza sull’identità del concepito: è uno di noi. Di conseguenza anche la parte che a parole manifesta una certa preferenza per la nascita, è nei fatti tiepida e fiacca, opaca e incapace di forza attuativa. A questo si aggiunga che in nessuna parte della legge è chiesto un riscontro effettivo sulle cause che inducono all’aborto e su quanto si è fatto per rimuoverle, sulle soluzioni proposte per evitarlo, sugli aiuti offerti per superare le difficoltà. Di questo non si sono neanche mai occupate le relazioni ministeriali. Sarebbe invece un aspetto su cui riflettere a fondo attingendo anche alla consolidata e ricca esperienza del Centri  di Aiuto alla Vita”.

Quale rapporto esiste tra la proposta di modifica dell’articolo 1 del codice civile per riconoscere la capacità giuridica fin dal concepimento e la legge 194 sull’aborto?

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“La proposta è molto importante perché vuole estendere il moderno principio di uguaglianza anche a coloro che a causa della loro piccolezza e fragilità, gli esseri umani nella fase prenatale della vita, possono essere facilmente scartati, ignorati, cancellati. Chi teme che la legge sull’aborto venga ‘toccata’, può stare tranquillo. La Corte Costituzionale con la sentenza n. 35 del 1997 ha riconosciuto il diritto alla vita del concepito proprio affrontando il tema della legge 194. Il riconoscimento del diritto alla vita del concepito si lega benissimo alla proposta di legge in questione, perché dove c’è un diritto, c’è capacità giuridica. Domandiamoci allora: il presupposto ideologico della 194 è la negazione dell’umanità del concepito e del suo diritto alla vita? I più tra coloro che sostennero e sostengono la 194 ritengono che si tratti di una legge che intende anche tutelare la maternità durante la gravidanza e la salute della donna, rimanendo neutrali rispetto alla questione sul concepito (qualcosa o qualcuno?). E allora, perché inquietarsi? Se la riforma dell’art. 1 del codice civile servisse a irrobustire la responsabilità dei genitori, della società e della politica nei confronti di coloro che sono in viaggio verso la nascita, con misure che abbraccino la sua mamma in una logica di reale condivisione delle difficoltà, sarebbe davvero un grande passo avanti anche per quanto riguarda l’applicazione dell’art. 5 della legge della 194”.

“La pace esige anzitutto che si difenda la vita, un bene che oggi è messo a repentaglio non solo da conflitti, fame e malattie, ma fin troppo spesso addirittura dal grembo materno, affermando un presunto ‘diritto all’aborto’. Nessuno può vantare però diritti sulla vita di un altro essere umano, specialmente se è inerme e dunque privo di ogni possibilità di difesa”. Così si è espresso papa Francesco nel discorso al Corpo Diplomatico: come si difende la vita?

“E’ significativo che papa Francesco abbia affermato che l’aborto non è un diritto parlando della pace, perché, come diceva Madre Teresa, ‘l’aborto è il più grande distruttore della pace’. Questo è coerente con quanto si legge nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che fonda la pace sul riconoscimento della inerente e uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana, quindi anche del bimbo appena concepito. Il primo passo per difendere la vita è dire con benevolenza la verità: il concepito è un figlio, uno di noi, ed ‘immergere’ questo riconoscimento nella condivisione dei problemi e delle difficoltà della sua mamma e più in generale nell’amore verso ogni prossimo. Il Movimento per la Vita Italiano, con i Centri di Aiuto alla Vita, le Case di Accoglienza, i servizi ‘SOS Vita’ e ‘Progetto Gemma’, da oltre quattro decenni indica la strada. Tutti possiamo fare qualcosa”.