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Cosa ci dice la missione del primo legato papale in Cina?

Un libro di un giovane studioso cinese ripercorre la storia di Carlo Tommaso Maillard de Tournon, primo legato pontificio in Cina. Una missione, la sua, con alti e bassi, che racconta molto di quello che accade nella Cina di oggi

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Nel 1703, cioè esattamente 320 anni fa, Carlo Tommaso Maillard de Tournon arrivava in India dopo un viaggio di due anni che lo avrebbe portato in Cina come primo legato pontificio nel Paese, inviato direttamente da Papa Clemente XI. E, prima di ripartire, si occupò anche della vicenda dei riti malabaresi. Un po’ quello che succede oggi, con il Papa che manda un arcivescovo greco cattolico come commissario in India, in quello che è una delle molte similitudini con i tempi attuali che si trovano nella storia di Maillard de Tournon.

Del suo viaggio in Cina, terminato in modo tragico con Maillard de Tournon imprigionato a Macao dove muore a soli 41 anni, dopo che il Papa lo aveva creato cardinale per la sua fedeltà, racconta ora un libro di un giovane studioso cinese, Rui Zhang, che insegna storia a Shanghai ma che ha vissuto vari anni in Italia, collaborando anche con la Pontificia Università Urbaniana. Il libro si intitola “La missione del primo legato pontificio Maillard de Tournon. All’origine delle relazioni tra Santa Sede e Cina (1622 – 1742)”, ed è pubblicato dalla Urbanian University Press.

Il libro ha un vasto apparato storico, usa fonti disparate, ha il merito di ben contestualizzare la missione del legato pontificio. Una missione che nasce quando in Cina si trovano i gesuiti, che lavorano alla corte di Pechino, ma anche i francescani, e infatti il vescovo di Pechino è francescano. Ma in cui gli stessi missionari sembrano a volte persi in questioni nazionali e nazionaliste, con i gesuiti divisi tra i francesi e i portoghesi, gli ordini mendicanti promotori di un altro tipo di diffusione del Vangelo, mentre le varie nazioni – Francia e Portogallo in primis – cercano di compiere missioni nazionali, e il Portogallo otterrà persino un padroado.

In tutto questo, Clemente XI sceglie come suo legato Maillard de Tournon, giovane, ma cagionevole di salute, proveniente da una famiglia nobile, che conosce l’arte della diplomazia e che ha un tratto umano che piace. E decide di ordinarlo personalmente vescovo, dandogli il titolo di patriarca di Antiochia, mandandolo in Cina come suo inviato particolare.

Una missione che viene considerata drammatica da molti, per il modo in cui finisce, ma che in realtà ha diversi aspetti. E il libro ha il pregio di ricostruire anche invidie e prese di posizioni delle organizzazioni religiose attive in Cina, che nel difendere le loro posizioni diventano, in fondo, i primi sabotatori della difficile missione di Maillard.

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Maillard, dal canto suo, in alcuni casi sembra essere sordo alle richieste, specialmente quando decide di celebrare il funerale di un membro del suo seguito con i paramenti e andando contro ogni tradizione cinese, superando anche il compromesso sul rito raggiunto dai padri missionari.

E poi c’è la vicenda dei doni che il saggio imperatore Kangxi, che appare una figura molto equilibrata, vuole inviare al Papa, e che vanno persi in mare insieme ai due gesuiti che li dovevano portare ma che si sono imbarcati su navi diverse per ragioni di passaporto. Ma l’invio dei doni era stato già rinviato due volte, proprio a causa delle malelingue sulla missione del legato.

E viene qui il grande tema anche del contatto che la Santa Sede e Pechino hanno oggi: c’è una profonda incomprensione culturale, un modo totalmente diverso di guardare alle cose, e questa impasse ha portato nei secoli a non capirsi, e anche a mostrare come il divario tra i due mondi sia molto superiore a quello che la diplomazia può colmare.

Certo, il libro prende dei punti di vista, cerca di equilibrare le fonti e rischia di non riuscirci tanto sono variegate. Ma è bene anche ricordare le difficoltà di una missione, quella in Cina, che dal XVIII secolo è croce e delizia di tutti i Papi.

Zhang mette insieme fonti primarie: dagli Acta Pekinensia del gesuita pader Stunf ai molti manoscritti e documenti raccolti da Gian Giacomo Fatinelli (agente e procuratore di Tournon a Roma, e quindi interprete di prim’ordine delle sue posizioni), custoditi alla Biblioteca Casanatense presso il convento domenicano della Minerva.

Zhang, però, specifica di privilegiare il punto di vista di Tournon, il protagonista del volume, che ha subito e vissuto sulla sua pelle i contrasti tra i missionari.

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Tournon passa gli ultimi tre anni di vita a Maco, dove è stato imprigionato dopo essere stato espulso dalla Cina, dove muore nel 1710, a 41 anni, in condizioni di grave umiliazione e prostrazione, pur avendo ricevuto la berretta cardinalizia inviatagli dal Papa in riconoscimento della sua fedeltà.

Viene spontanea la domanda: vale più il punto di vista del giovane legato, che vuole portare a termine la missione cui è attaccato in modo sacrale, o vale una visione pratica della gestione dei problemi?

E ancora, dal dibattito tra l’imperatore Kangxi e Tournon, c’è un passaggio in cui l’imperatore parla della respnsabilità di ciò che avviene nella Cina (anche circa l’attività dei missionari) e la sua interpretazione del significato degli usi cinesi e, dall’altra parte, la visione della giurisdizione religiosa universale del Papa; o le conseguenze delle divisioni interne alla Chiesa.