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Il Cardinale Artime racconta il ‘sogno’ di don Bosco: far innamorare di Dio i giovani

Il momento centrale è stata la presentazione della Strenna da parte del Rettor Maggiore, che ha raccontato la genesi della Strenna, nata in occasione dal Bicentenario del Sogno dei 9 anni, avvenuto nel 1824

 | Figlie di Maria Ausiliatrice | Figlie di Maria Ausiliatrice

Nelle scorse settimane si sono svolti a Torino le Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana con il filo conduttore della Strenna del Rettor Maggiore, Cardinale Ángel Fernández Artime, sul tema: ‘Il sogno che fa sognare. Un cuore che trasforma i lupi in agnelli’, a cui hanno preso parte circa 350 partecipanti provenienti da 45 Paesi del mondo, rappresentanti di 22 dei 32 Gruppi della Famiglia Salesiana.

Il momento centrale è stata la presentazione della Strenna da parte del Rettor Maggiore, che ha raccontato la genesi della Strenna, nata in occasione dal Bicentenario del Sogno dei 9 anni, avvenuto nel 1824, confidando che viaggiando per il mondo e visitando 120 nazioni, ha scoperto ‘che la Strenna è come questo filo che veramente si fa presente dappertutto nel mondo’: “Proprio così, 200 anni fa Giovannino Bosco fece un sogno che lo avrebbe ‘segnato’ per tutta la vita. Un
sogno che avrebbe lasciato in lui una traccia indelebile, il cui significato comprese pienamente solo al termine della vita! Esistono diverse narrazioni di questo sogno nella vita di don Bosco. Farò
riferimento ad una molto significativa, che diversi confratelli e consorelle esperti di salesianità valutano in modo molto particolare.

Evidentemente, il contenuto è lo stesso del sogno dei nove anni, ma nella versione che don Bosco racconta a don Barberis nell’anno 1875, quando aveva già sessant’anni anni. In quel tempo don
Bosco aveva assistito alla nascita della Congregazione Salesiana (18 dicembre 1859), dell’Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice (18 aprile 1869), dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (5 agosto 1872) e della Pia Società dei Cooperatori Salesiani, secondo il nome
originario dato da don Bosco, approvata il 9 maggio 1876”.

E’ un sogno che si presenta nei momenti cruciali della vita del Santo torinese: “Nel sogno sempre si riconosce in filigrana quel primo quadro e scena del prato dei Becchi, ma con nuovi particolari,
reazioni, messaggi, legati alle stagioni della vita che, non il Giovannino dei nove anni ma il don Bosco nel pieno sviluppo della sua missione, sta vivendo. In un’altra occasione, molti anni dopo, fu
don Bosco stesso a raccontarlo a don Barberis nell’anno 1875, quando aveva già 60 anni. In quel tempo don Bosco aveva assistito alla nascita della Congregazione Salesiana (18 dicembre 1859),
dell’Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice (18 aprile 1869), dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (5 agosto 1872) e della Pia Società dei Cooperatori Salesiani, secondo il nome originario dato da don Bosco, approvata il 9 maggio 1876”.

Nel racconto di san Giovanni Bosco il Rettor Maggiore sottolinea il metodo educativo intrapreso, che conduce alla Resurrezione: “La cosa più importante che accade nel sogno e che don Bosco stesso impara e, successivamente, tutti i suoi seguaci, è scoprire che il processo di trasformazione è sempre possibile. Si tratta di un movimento (permettetemi di dire) ‘pasquale’ di conversione e di trasformazione, di lupi in agnelli e degli agnelli in una (diremmo nel linguaggio di oggi) comunità giovanile che celebra Gesù e Maria. Mi sembra certamente un elemento essenziale e centrale del sogno”.

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Al centro di tale sogno c’è una chiamata: “Questo richiamo è qualcosa di molto speciale nel sogno, è di una ricchezza unica. Dico questo perché sembrerebbe che, a causa dell’età, del suo essere senza
padre, della quasi totale mancanza di risorse, della povertà, dei problemi interni alla famiglia, dei litigi con il fratellastro Antonio, delle difficoltà di accesso alla scuola a causa della distanza e della
necessità di lavorare nei campi, per Giovanni non ci sia un futuro possibile se non quello di rimanere lì, a coltivare i campi e a badare agli animali. Anche a noi potrebbe apparire un sogno irrealizzabile, lontano, forse destinato a qualcun altro, ma non a lui”.


Tale ‘sogno’ è soprattutto ‘mariano’, che plasma la vita salesiana: “Questa dimensione femminile- materna-mariana è forse una delle dimensioni più impegnative del sogno… Giovannino deve lavorare ‘con i suoi figli’, e sarà ‘Lei’ che si occuperà della continuità del sogno nella vita, che lo prenderà per mano fino alla fine dei suoi giorni, fino al momento in cui capirà veramente tutto… La Madonna ha a che fare con la formazione alla ‘sapienza del carisma’. Ed è per questo che è difficile capire che nel carisma salesiano ci sia qualcuno (persona, gruppo o istituzione) che lasci in secondo piano la presenza mariana. Senza Maria di Nazareth parleremmo di un altro carisma, non del carisma salesiano, né dei figli e delle figlie di don Bosco”.

Insomma, dopo 200 anni, quello di don Bosco è un sogno che ancora permette di ‘sognare’ un progetto grande: “Ogni scelta fatta da don Bosco faceva parte di un progetto più grande: il progetto
di Dio su di lui. Pertanto, nessuna scelta è stata superficiale o banale per don Bosco. Il suo sogno non era un aneddoto della sua vita, o un semplice evento, ma una risposta vocazionale, una scelta,
un percorso, un programma di vita che prendeva forma man mano che veniva vissuto”.

Da qui scaturisce il ‘sogno’ del Rettor Maggiore: “Sogno, quindi, che ogni salesiano, ogni membro della Famiglia di Don Bosco, senta, per vocazione e scelta, di essere a disagio e di sperimentare
sulla propria pelle il dolore, la stanchezza e la fatica di tante famiglie e di tanti giovani che lottano ogni giorno per sopravvivere, o per vivere con un po’ più di dignità. E che nessuno di noi si riduca
ad essere spettatore passivo o indifferente di fronte al dolore e all’angoscia di tanti giovani”. E’ un sogno che si realizza stando nella ‘strada’ dei ragazzi: “Don Bosco, ‘prete di strada’ ante
litteram, si è letteralmente consumato in questa impresa. I salesiani (e coloro che si ispirano a Don Bosco) sono sì ‘figli di un sognatore di futuro’, ma di un futuro che si costruisce nella fiducia in Dio
e nel quotidiano immergersi e operare nella vita dei giovani, fra le fatiche e le incertezze di ogni giorno. Ed è per questo che l’incontro con il Signore della Vita, aiutando ogni giovane a scoprire il
proprio sogno, il sogno di Dio in ognuno, e sostenendolo nel suo cammino di realizzazione, è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani”.

Tale sogno si realizza proponendo ai ragazzi l’incontro con Gesù: “Don Bosco non poteva tollerare che nelle sue case i suoi figli e le sue figlie non proponessero ai ragazzi, alle ragazze, agli adolescenti e ai giovani (pur nella libertà con cui oggi educhiamo alla fede nei contesti più diversi) l’incontro con Gesù. Anche oggi siamo chiamati a farlo conoscere, a scoprire come Egli affascina ogni persona e aiutando i giovani di altre religioni ad essere buoni credenti a partire dalla propria
fede e ideali”.

La ‘Strenna’ si chiude con un invito a far innamorare i giovani della Madre di Gesù, come sognava don Bosco: “Lei, che è Madre e Maestra, guarda il mondo dei giovani che la cercano, anche se lungo il cammino c’è tanto rumore e buio; parla nel silenzio e tiene accesa la luce della speranza. Sogno davvero che nella fedeltà a Don Bosco faremo innamorare i nostri ragazzi, ragazze e giovani di quella Madre… Credo veramente che Maria Ausiliatrice continui ad essere anche oggi una vera Madre e Maestra per tutta la nostra Famiglia. Sono convinto che le parole profetiche del primo sogno pronunciate dal Signore Gesù e da Maria continuano ad essere realtà in tutti i luoghi dove il carisma del nostro Padre, dono dello Spirito, ha messo radici”.

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