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Un restauro che fa scoprire una interessante parte della storia del Papato.

Nelle catacombe di San Callisto una iscrizione riporta la più antica attestazione del PP davanti al nome del Papa

L'iscrizione |  | PCAS
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Un restauro che fa scoprire una interessante parte della storia del Papato. La Pontificia Commissione di Arte sacra ha concluso il restauro della transenna marmorea con l’iscrizione del diacono Severo, dedicata alla figlia Severa, una bambina morta a nove anni.

Siamo nella catacomba di San Callisto. Una epigrafe celebre perché conserva la più antica attestazione del vescovo di Roma indicato con la sigla “pp”, abbreviazione di papa, dal greco pápas/páppas (“padre”). Per realizzare il sepolcro familiare, infatti, Severo dovette ottenere l’autorizzazione di papa Marcellino (296–304), testimonianza della diretta giurisdizione del vescovo di Roma sul cimitero della via Appia.

Acistampa ha incontrato Raffaella Giuliani, segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Di che tipo di oggetto si tratta?

Si tratta di una transenna marmorea, realizzata con marmo di reimpiego, nella consueta ottica di economicità dell’età tardoantica. La transenna era destinata a chiudere una sepoltura catacombale, un arcosolio, di un cubicolo monumentale, a cui fa riferimento il testo dell’iscrizione incisa sulla superficie liscia della transenna. L’”oggetto” fu rinvenuto da Giovanni Battista de Rossi alla metà dell’Ottocento e fu subito intuito il grande valore storico-documentario della sua iscrizione metrica, che narra come il committente dell’opera, il diacono Severo, stabilì nel cubicolo, descritto come duplex cum arcisoliis et luminare, cioè “doppio, con arcosolii e lucernario”, ossia un ambiente di grande prestigio architettonico, la dimora eterna per sé e per il suoi cari iussu p(a)p(ae) sui Marcellini, “per volere del suo papa, Marcellino”. Il testo prosegue poi con un tenero elogio  della defunta Severa, la giovanissima figlia del diacono, morta prematuramente all’età di 9 anni. La dedica è di grande importanza perché è precisamente databile, grazie alla menzione di Marcellino, pontefice dal 296 al 304, e, soprattutto perché contiene la più antica menzione dell’appellativo di papa per indicare il vescovo di Roma, espresso con l’abbreviazione Pp.

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In considerazione della sua importanza, la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, in un più vasto programma di valorizzazione degli ambienti più significativi delle catacombe di S. Callisto, ne ha intrapreso il restauro, sotto la direzione dell’archeologo Dimitri Cascianelli e avvalendosi della perizia del restauratore Carlo Usai. Dal restauro sono emerse numerose novità. Infatti sembrerebbe accertata l’antichità della “rubricatura” delle lettere incise, un espediente per rafforzare con il colore rosso (ruber) l’evidenza del testo nell’oscurità degli ambienti catacombali, ed inoltre ha suscitato interesse l’allestimento molto avanzato che fu concepito per valorizzare la lastra dopo la scoperta, consentendone anche la rotazione su se stessa grazie ad un perno girevole.

Cosa ci dice quella regione della catacomba di S. Callisto dello sviluppo del Cristianesimo in quegli anni?

L’iscrizione del diacono Severo conferma la vocazione ecclesiastica del cimitero di Callisto, quale necropoli ufficiale della Chiesa di Roma, direttamente gestita dall’autorità episcopale, attraverso la collaborazione di tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, tra i quali spicca il diaconato: infatti le prime notizie di questo stato di cose appaiono già alla fine del II secolo, quando il pontefice Zefirino (198-217) prepose all’amministrazione del cimitero dell’Appia l’allora diacono Callisto, poi pontefice lui stesso (217-222). Similmente, quasi un secolo dopo, ad un diacono, Severo, è concessa una nobile sepoltura nel cimitero callistiano, per concessione dell’autorità papale. La vocazione ecclesiastica del cimitero dell’Appia è confermata dalla presenza di tante sepolture papali nei suoi ambienti, soprattutto di III e in qualche caso di IV secolo. Tra queste sepolture, manca proprio quella di Marcellino, che le fonti indicano sepolto  nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria, probabilmente quale effetto della “Grande persecuzione”, quella dell’imperatore Diocleziano, che oltre ad operare stragi di cristiani in tutto l’impero, comportò anche la confisca dei  beni ecclesiastici, recuperati poi al tempo del pontefice Milziade (311-314). Quindi è ipotizzabile che la persecuzione causò una temporanea interruzione, per la catacomba di Callisto, della sua funzione di cimitero ufficiale dei vescovi di Roma, funzione che venne subito ristabilita con la sepoltura del papa Eusebio (309) e del già citato Milziade.

Qui è attesta la prima volta l’abbreviazione “pp” con cui i Papi si firmano da secoli. Cosa significa e soprattutto cosa si voleva esprimere in quel periodo?

L’elemento di maggiore interesse dell’iscrizione del diacono Severo è proprio l’attestazione per la prima  volta del termine papa, reso con la formula contratta pp, per indicare il vescovo di Roma. Si tratta di un appellativo di origine greca (dal greco πάπας/πάππας “padre”), di cui si è sottolineata la valenza familiare, allusiva in modo quasi affettuoso alla paternità spirituale e al profondo rispetto che essa comporta. Tale appellativo, infatti, veniva utilizzato già nel III secolo, sia in Oriente, sia in Occidente, per rivolgersi a vescovi, per estendersi in seguito anche ad abati e presbiteri. Tuttavia, alcune testimonianze epigrafiche risalenti al pontificato di Liberio (352-366), provenienti dalle catacombe, in particolare un’iscrizione da S. Callisto ed una da S. Lorenzo, testimonierebbero che il termine papa avesse già assunto un valore di titolo di dignità e di ruolo, quale espressione applicata in senso designativo in modo speciale al pontefice romano, titolo ufficiale di questo, oltre al più antico episcopus, dal IV secolo in poi.

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