A causa del terrorismo religioso le migrazioni dall´Africa aumenteranno

Mark von Riedemann, direttore del Rapporto sulla libertà religiosa di ACS, spiega le conseguenze delle violazioni alla libertà di culto

Mark von Riedemann, direttore del Rapporto sulla libertà religiosa di ACS
Foto: Aiuto alla Chiese che Soffre
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Lo scorso 20 aprile l’opera pontificia internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo edizione 2021, che analizza nei due anni appena trascorsi, la condizione della libertà di culto dei fedeli delle principali religioni in 196 paesi. Il direttore del comitato editoriale, Mark von Riedemann, espone i motivi perché l’argomento non dovrebbe interessare solo chi è direttamente oggetto di discriminazioni o persecuzioni. 

Signor von Riedemann, perché la libertà religiosa è un argomento di cui ci si dovrebbe occupare?

«Purtroppo vediamo in tutto il mondo che la libertà religiosa è sempre più minacciata. Per esempio, nell’Africa sub-sahariana, vediamo che gruppi attaccano altri gruppi, non solo, ma anche a causa del loro credo. E così questo tema della libertà religiosa, che è un diritto umano fondamentale, si trova ad essere messo sempre più sotto pressione».

Quali sono i principali risultati del Rapporto 2021?

«Il Rapporto del 2021 considera tre aree principali. La prima è quella che chiamiamo estremismo islamico, e cioè gruppi come l’ISIS, Al-Qaeda, che si sono diffusi dal Medio Oriente, dall’Iraq e dalla Siria, e scendono giù nell’Africa sub-sahariana, raccogliendo armi lungo la strada, specie in Libia dopo il crollo del governo, e ora si alleano con gruppi armati locali. Questi gruppi cominciano dunque ad assorbire la mentalità jihadista. E così quello che era un problema tra un gruppo etnico o tra pastorizia e agricoltura - tensioni del tutto naturali in tutta questa zona - improvvisamente assumono un tono religioso.

Il secondo problema che vediamo è quello che chiamiamo nazionalismo etnico-religioso. Prendiamo l’India, per esempio. L’India è a maggioranza indù. E c’è sempre stata tensione tra indù e musulmani, tra indù e cristiani. Ma quello che sta succedendo di recente è che un partito politico a maggioranza indù, il Bharatiya Janata Party, ha preso questa tensione storica e l’ha strumentalizzata, l’ha usata per i propri interessi politici. Perché? Perché il presidente Narendra Modi è in sofferenza, il suo programma economico, non sta andando bene come avrebbe voluto. Così usa questo strumento nazionalistico e questo strumento nazionalistico». 

E qual è la terza causa di preoccupazione?

«Si tratta dei governi autoritari. E qui ci sono davvero due esempi classici. Della Corea del Nord possiamo davvero parlarne in termini di “politica di sterminio”. Cioè, chiunque non sia d’accordo con il culto della personalità di Kim Jung-Un è fondamentalmente messo da parte, in particolare i cristiani. I gruppi di fede sono considerati una minaccia per questo particolare regime autoritario. Il secondo paese a preoccupare, dove vediamo un problema simile, è la Cina, con sempre maggiori violazioni della libertà religiosa, in particolare contro i 30 milioni di musulmani e i circa 100 milioni di cristiani di diverse confessioni. Il pericolo che vediamo accadere in Cina è soprattutto l’uso della tecnologia come strumento di repressione. Potremmo definirla tecno-tirannia. La Cina ha piazzato più di 600 milioni di telecamere in tutto il paese. A Pechino, quando si cammina per strada, ci sono sensori agli incroci principali e questi sensori possono leggere i telefoni cellulari che sono nelle tasche delle persone. L’ultimo elemento è la registrazione vocale. Tutto questo è completato da quello che chiamano il sistema di credito sociale. Ossia se vivi come un buon cittadino e fai cose buone in favore del partito comunista, guadagni punti. Se invece, per esempio, sei qualcuno che frequenta troppo una chiesa o un tempio, ottieni punti negativi». 

C’è qualche altro paese in cui la libertà religiosa è costantemente violata ma è completamente dimenticato dai media internazionali? 

«L’esempio che mi viene in mente è quello delle isole Maldive che sono una destinazione turistica, eppure, allo stesso tempo, un governo estremamente oppressivo. Promuove una forma molto rigida di Islam sunnita. E chiunque non sia musulmano non ha il diritto di diventare cittadino». 

Un paio di anni fa c’erano organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico o Al-Qaeda che hanno ottenuto molta attenzione internazionale a causa degli orribili crimini che stavano commettendo. Non se ne parla più così tanto. Questo significa che sono stati sconfitti?

«No, ISIS e Al-Qaeda sono ancora molto presenti. Il problema è che molti di questi combattenti dell’ISIS si sono fatti strada fino in Africa. Qui, questi gruppi internazionali non creano nuovi problemi, ma entrano nei problemi esistenti esacerbandoli, portandovi un elemento religioso. Arrivano in Africa e replicano quello che volevano fare in Siria e in Iraq, cioè creare califfati. Per esempio, ora in Burkina Faso, gli aiuti umanitari non sono in grado di accedere nel 60% del territorio a causa della violenza e dell’instabilità. Quando le persone sono cacciate dalle loro fattorie, non possono mietere, il che significa che il prossimo passo sarà la carestia in molti di questi paesi. Perché, appunto, i contadini non possono coltivare. E così si creano rifugiati in enormi campi di sfollamento. Stiamo parlando di 500-600 mila per ciascuno paese, sia il Ciad, sia il Camerun, sia la Repubblica Centrafricana. Queste aree sono ora il prossimo problema, ossia un’enorme crisi umanitaria che sta per arrivare e – anche se non lo abbiamo ancora capito - provocherà più migrazioni». 

Qual è il prossimo passo per il Rapporto sulla libertà religiosa dopo il suo lancio? 

«L’idea è di sensibilizzare ora il mondo accademico, i giornalisti, i media, i leader politici. Il Rapporto sulla libertà religiosa è uno strumento importante per sensibilizzare e far passare il messaggio che, se la comunità internazionale non presta attenzione a quello che succede in Cina, se la comunità internazionale non presta attenzione a quello che succede in Africa, il mondo, la comunità internazionale si troverà ad affrontare un problema reale. Forse abbiamo ancora un po’ di tempo, ma il mondo deve agire».

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