A Roma l'arcivescovo Kondrusiewicz. "In Bielorussia c'è bisogno di riconciliazione"

Impossibilitato a rientrare in Bielorussia dal 31 agosto, l'arcivescovo Kondrusiewicz è stato a Roma per dei colloqui in Segreteria di Stato

L'arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz di Minsk
Foto: catholic.by
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Dal 31 agosto, l’arcivescovo Tadesuz Kondrusiewicz di Minsk non può rientrare in patria. Andato in Polonia per una celebrazione, è stato bloccato alla frontiera di ritorno da un viaggio dalla Polonia. Successivamente, è stato spiegato che il suo passaporto non era valido. Una situazione difficile, che rispecchia quella della Bielorussia, scossa da proteste dopo il contestato risultato elettorale di agosto che ha visto l’ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko. L’arcivescovo Kondrusiewicz, prima di non poter tornare in patria, aveva avuto colloqui positivi con il governo, aveva organizzato un incontro di preghiera interreligioso per la Bielorussia che aveva avuto grandissimo successo, aveva predicato riconciliazione, un tema centrale in una Bielorussia la cui nuova generazione si trova a fare i conti con il passato ed è proiettata nel futuro.

Il 19 e 20 ottobre, l’arcivescovo Kondrusiewicz è stato in Vaticano, per dei colloqui in Segreteria di Stato, per discutere della sua situazione personale e di quella del suo Paese in generale. Ne ha parlato in escusiva con ACI Stampa.

Come mai è venuto a Roma?

Sono stato chiamao dalla Segreteria di Stato. In questi giorni, mi sono incontrato con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, e abbiamo discusso della situazione in Bielorussia, e la situazione mia in particolare. Abbiamo cercato di vedere quali passi fare per risolvere la mia situazione, dato che non posso rientrare in Bielorussia dal 31 agosto scorso. Lo sapevo già, ma ora sono ancora più convinto che la Santa Sede sta facendo importanti sforzi per risolvere questo problema.

Lei ha fatto molti appelli per la riconciliazione, anche durante le proteste in Bielorussia. Perché è importante la riconciliazione in Bielorussia?

Sono molto preoccupato. La situazione in Bielorussia è molto difficile, a volte critica. Ma mi preoccupano di più alcuni slogan che vedo e sento in giro: “Ricordiamo, non perdoniamo”. Questa non è un modo di pensare cristiano. Io sempre dico di guardare alla croce, a Gesù che morendo ha chiesto: “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Senza perdono non c’è strada per riconciliazione, non c’è la strada per la pace. Come diceva Giovanni Paolo II, il perdono non è segno di debolezza, ma segno di forza. Quando io perdono al mio nemico, io ho una vittoria per me stesso, perché rinuncio all’inimicizia, alle cose che restano nell’animo delle persone, ma tengo qualcosa di spirituale. Ed è questo che insegno alle persone come vescovo, perché questo è il Vangelo. Dobbiamo essere misericordiosi, come dice Papa Francesco.

Quale è il problema di fondo?

Credo ci sia un problema della nostra società bielorussa, che è stata educata prima nello spirito dell’ateismo oggi nello spirito del secolarismo che non riconosce le prospettive spirituali, ma solo quelle materiali e di piacere. Oggi grazie a Dio non abbiamo un ateismo ideologico e militante, ma abbiamo un ateismo materialistico. Oggi nessuno perseguita la Chiesa, ma c’è una persecuzione della religione cristiani in guanti bianchi, perché tanti Parlamenti emettono leggi contro la leggi divine.

Lei ha fatto molti incontri interreligiosi. Questo è un modo di aiutare la riconciliazione?

Sì, certamente. L’ultima volta che abbiamo organizzato nella chiesa Rossa a Minsk un incontro interreligioso, già durante la crisi, è stato fenomenale. C’erano tantissime persone: cristiani cattolici, cristiani ortodossi, greco-cattolici, protestanti, ebrei, musulmani. La chiesa era pienissima, e io osservavo queste persone. Ho notato una donna musulmana in seconda fila che pregava molto intensamente. Ed era un incontro di preghiera organizzato appena un giorno prima seguendo l’invito di Giustizia e Pace Europa ai tutti cristiani di Europa di pregare insieme Padre nostro per pacifica soluzione della socio-politica crisi in Belarus. Non c’era stato tempo di mandare un invito formale se non via internet. Ma tutti sono arrivati. Non ho organizzato questo incontro solo per la Chiesa cattolica, ma per tutti, e tutti hanno risposta. Questo incontro ha creato una interconfessionale e interreligiosa sinfonia, che è il simbolo della una nuova società aperta a tutte le fedi. Questo è molto importante perché la consolida. Tutte le religioni e confessioni stanno insieme e pregano insieme per lo stesso scopo, per la soluzione pacifica del problema.

Questo piccolo fermento dei vari fedeli in Belarus, questa unione di preghiera, può essere una risposta alla secolarizzazione di Europa?

Credo proprio di sì. Penso che c’era un segno positivo per tutta Europa, in quell’incontro di preghiera che ha riunito così tante confessioni abbiano pregato insieme.

Spesso si dice che la Chiesa fa politica. Ma è stato così in Bielorussia?

No, la Chiesa in Bielorussia non ha mai mandato messaggi politici, né si è schierata politicamente. Ha solamente proclamato la legge di Dio e la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Non facciamo politica, in nessun modo. Questo non è il nostro scopo. Il nostro scopo è proclamare il Vangelo.

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