Al Meeting la Terra Santa è l’eredità dei padri, incontro con Padre Pizzaballa

Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme.
Foto: Meeting di Rimini
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Dopo alcuni giorni di lunghe file, martedì 22 prima dell’apertura dei padiglioni del Meeting dell’Amicizia tra i popoli ho fatto un giro agli stand  ed ho visto che già si formava coda alla mostra ‘La terra più amata da Dio. La Custodia di Terra Santa’. Mi sono avvicinato, sperando di poter entrare, ma ho trovato una bella sorpresa: padre Francesco, francescano della Custodia di Terra Santa’ stava in un angolo spiegando alle guide, come avviene ogni mattina, il significato della mostra.

Mi sono avvicinato senza disturbare ed ho origliato la spiegazione. Ha raccontato che in quei luoghi Gesù è ancora presenza viva per i cristiani del luogo, che ogni giorno possono fare memoria di quello è accaduto 2000 anni fa: “Per non perdere la memoria di quell’evento accaduto due millenni fa i cristiani del luogo potevano erigere edicole; invece hanno eretto chiese per tramandare alle generazioni successive la memoria dell’eucarestia, del suo corpo e del suo sangue. Ogni pietra ed ogni angolo sono testimonianza della sua presenza viva: in quella piazza è avvenuto un miracolo; in quella via ha guarito un malato. Ogni giorno i cristiani di Terra Santa, attraverso i luoghi, assaporano la gioia di stare con Lui, come i discepoli di Emmaus”.

Non poteva esserci occasione più propizia nella visita della mostra, proprio nel giorno in cui il meeting ha dedicato il cuore della settimana al tema: ‘Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo’, approfondito da mons.  Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme. Nella premessa dell’intervento ha definito la nostra epoca come ‘il tempo della post-verità’, in cui non c’è posto per Dio, così che l’idea di uomo e del mondo sono cambiate radicalmente. Ha individuato un cambiamento nella nostra realtà di Chiesa, in un periodo post-cristiano, perché non vi è più stata trasmissione della fede nelle famiglie.

Dopo l’analisi della situazione mons. Pizzaballa ha individuato alcuni punti in grado di risanare questo cambiamento, che vede protagonista non soltanto l’Europa, ma anche il Medio Oriente: “Il primo è di riappropriarsi della tradizione, con uno spirito cristiano. Ciò che infatti abbiamo ricevuto dai nostri padri nella fede è nulla di meno che la verità sull’uomo e la storia. Per possedere tale eredita è necessario che essa sia compresa e poi comunicata attraverso un linguaggio nuovo”. Richiamando i riferimenti biblici che emergono dalle parole del titolo del Meeting (‘voi conoscete la Bibbia, vero?’ ha stimolato scherzosamente il pubblico), l’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Terra Santa ha sottolineato una parola fondamentale, che rischia di rimanere oscurata: ‘tu’: “Un ‘tu’ che per essere un buon erede deve innanzi tutto divenire adulto nella fede e nella vita sociale”. Ebbene sì,  l’eredità non può prescindere dalla memoria: “legato al concetto di eredità  c’è quello di memoria, cioè ti devi ricordare che ciò che hai lo possiedi in quanto l’hai ricevuto in dono, e come apprendiamo dall’Esodo, se dimentichi l’eredità la perderai”.

La parola ‘eredità’ nel linguaggio biblico non è soltanto un passaggio giuridico, bensì ha il valore di un dono stabile, che non può essere perso e di cui il Signore è il solo proprietario: “Eredità, nel linguaggio biblico, è innanzitutto la terra: è uno dei nomi più antichi che Israele dà alla piccola terra in cui vive, che ha ricevuto in eredità da Dio. In ebraico eredità si dice ‘nahalah’ e sta ad indicare qualcosa in più rispetto al semplice passaggio giuridico di un bene all’erede, così come lo intendiamo noi; dice piuttosto la stabilità, la continuità del possesso ricevuto, dice che quel bene non può essere alienato, rimane necessariamente in famiglia”.  Per entrare in contatto con l’eredità il primo passo è la memoria: “Per questo, perché Israele possa ricordare, Dio “inventa” il rito. Il rito della Pasqua ebraica, infatti, ancora oggi si richiama proprio all’esperienza dell’uscita dall’Egitto.

E qui c’è forse un’altra preoccupazione di Dio, ovvero che Israele ricordi bene ciò che deve essere ricordato”. Mons. Pizzaballa ha anche sottolineato che la memoria deve essere limpida: “Perché una memoria inquinata è forse peggio di una dimenticanza, e Dio solo, autore del dono, sa cosa bisogna ricordare. Bisogna ricordare ciò che fa vivere. La Liturgia della Pasqua custodisce la memoria non tanto e non solo dei fatti, ma del loro significato salvifico, del loro significato eterno”. L’atteggiamento giusto è quello di chi ritrova la motivazione dei padri (‘il desiderio’) per realizzare opere nuove, con la serenità dell’adulto che ha fatto i conti con la memoria, non la sottovaluta e non la teme, così come non teme le incognite che implica una scelta di vita e di fede. ‘Guadagnare l’eredità dei padri’ significa entrare in possesso dell’unica cosa che è già nostra: “E’ compito di chi eredita accoglierla e personalizzarla”. Il vescovo ha presentato due parabole del Vangelo (quella dei talenti e quella della perla preziosa), le quali esprimono il significato profondo di possedere e personalizzare: queste sottolineano che chi possiede l’eredità ha necessariamente il compito di mettersi in gioco, correndo magari il rischio di perdere tutto. Così facendo, non solo si ricevono gli elogi del padrone, ma si entra a far parte della Sua gioia e quindi della Sua vita.

Secondo mons. Pizzaballa, oggi si rifiuta quello che si è ricevuto, ‘considerandolo un fardello pesante’, oppure ci si difende “dalle istanze della modernità, richiamandoci nostalgicamente alla tradizione”… Contro il delirio della contemporaneità, che ci vuole genitori di noi stessi, dobbiamo far memoria di una promessa ricevuta e trasmessa dai padri, perché una società dimentica dei padri è una società di orfani, non di figli”. Ed alla domanda: ‘Qual è il cuore di questa eredità?’ egli dà una risposta che è la chiave del suo intervento: “Quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Fare memoria, dunque, non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. E’ il modo con il quale i nostri padri hanno testimoniato che si può vivere con slancio, con soddisfazione”. Quindi i cristiani debbono chiedersi se il loro ‘fare memoria’ attinge al desiderio dei padri, “che può fare di loro i protagonisti della costruzione del Nuovo Mondo a cui appartengono, investendo i talenti che hanno ricevuto in dono, senza sentirsi perduti perché il vecchio mondo si sta esaurendo”. Al riguardo, ha citato l’esempio di san Benedetto, che davanti ad un impero in disfacimento, ha creato un movimento che ha riplasmato il mondo antico con la sua testimonianza:

“Chiunque guardava a san Benedetto e ai suoi monaci, vedeva riflesso in loro il desiderio infinito di amore e di bellezza che ogni uomo ha nel cuore, ma che solo l’incontro con dei testimoni sa disseppellire”. Solo un adulto capace di ereditare può reinvestire il dono ricevuto: “Questa grande operazione di personalizzare l’eredità ricevuta passa per i piccoli eventi che accadono nella vita. Spesso si perde tempo in attesa di grandi occasioni, ma la differenza non sta nell’entità dell’evento, quanto nel giocarsi in esso con la consapevolezza che ti stai giocando la vita, senza aver paura di perdere gli affetti, la dignità, il lavoro, la vita”. In conclusione mons. Pizzaballa ha fatto riferimento alla sua esperienza di vescovo in Medio Oriente, dove le comunità cristiane sono ridotte al lumicino e i pochi cristiani rimasti sono sul punto di andarsene anche loro. In questo clima, un giovane cristiano palestinese, che ha studiato in Europa, lo ha colpito per quello che gli ha detto: ‘Legare la nostra speranza e il nostro futuro a soluzioni politiche o sociali creerà solo frustrazione. Ciò che salverà il cristianesimo sarà il radicamento in Cristo’.

Al Meeting la Terra Santa è l’eredità dei padri

Non serve a nulla il lamento: “Bisogna essere capaci di un annuncio comprensibile e attraente. Non serve parlare di valori cristiani senza dire che Cristo è ciò che di meglio si può incontrare. Niente muri che separano perché non c’è nulla che non possa essere valorizzato dall’esperienza del Vangelo”. Ed a proposito di ‘muri’ a domande di giornalisti nella conferenza stampa egli ha sottolineato la centralità della Terra Santa nella vita della Chiesa e l’importanza, in un momento di stallo nel dialogo tra israeliani e palestinesi, “di lavorare sul territorio costruendo piccole realtà positive, in attesa che la politica ‘batta un colpo’, esprimendo giudizi sulla questione di Gerusalemme: “Gerusalemme è una città dove tutti devono sentirsi a casa loro. Come ho detto tante volte, il muro è una vergogna, una ferita, un segno dolorosissimo di inco-municabilità tra le due parti e della triste situazione in cui ci troviamo”.

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