Alla Gregoriana ‘dolce è la luce’: ne parliamo con padre Andrea Dell’Asta

Padre Andrea Dell'Asta
Foto: Gesuiti news
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Qohelet afferma che ‘Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole’: la luce, concreta e intangibile, permette di vedere la realtà nella sua singolarità, creando relazioni e dando profondità ai volumi.

Non solo: essa è all’origine dell’esperienza del sacro e del divino, che illuminano e trasfigurano la storia dell’uomo. Partendo da questo versetto biblico il convegno di studi ‘Dolce è la luce. La luce, esperienza di Dio nella storia’, organizzato dal Dipartimento dei Beni Culturali della Chiesa della Gregoriana in collaborazione con la Fondazione Culturale San Fedele di Milano nei giorni 5 e 6 marzo 2018, vuole delineare una ‘storia’ della luce, fondamentale per comprendere la visione contemporanea del mondo.

Inoltre il convegno vuole proporre un percorso interdisciplinare tra scienza, arti e teologia, affrontando la natura fisica della luce (Gabriele Gionti, Specola Vaticana) e la sua metafisica (Roberto Diodato, Università Cattolica di Milano), il suo significato nel racconto biblico (Jean-Pierre Sonnet, Pontificia Università Gregoriana) e nel discernimento spirituale (Carlo Casalone, Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale). Passando dall’arte paleocristiana (Maria Giovanna Muzj, Pontificio Istituto Orientale) all’umanesimo (Claudia Conforti, Università degli Studi di Roma ‘Tor Vergata’) e al barocco (Marcello Fagiolo, Centro Studi Cultura e Immagine di Roma; Arnold Nesselhrat, Humboldt Universität zu Berlin), si giungerà all’arte e all’architettura contemporanee (Agostino De Rosa, Istituto Universitario di Architettura di Venezia; Franco Purini, Sapienza Università di Roma). Non mancheranno approfondimenti tematici, dedicati anche agli spazi liturgici (Giuseppe Midili, Pontificio Ateneo Sant’Anselmo) e al cinema (Giuseppe Lanci, Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma). La discussione e le conclusioni sono affidate al Coordinamento scientifico del convegno: i gesuiti Andrea Dall’Asta e Jean-Paul Hernández, e la prof.ssa Lydia Salviucci Insolera.

Il convegno fonda le premesse dal n. 167 dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di Papa Francesco: “Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri. Insomma, anche se non mancano segnali positivi, la strada per un vero dibattito sull’arte liturgica appare ancora molto lunga”.

Per comprendere meglio la finalità del convegno abbiamo intervistato il gesuita p. Andrea Dall’Asta, professore alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, direttore della ‘Galleria San Fedele’ di Milano e della ‘Raccolta Lercaro’ di Bologna: “Senza alcuna pretesa di esaustività, in un’interdisciplinarietà tra arte, architettura, filosofia, teologia e liturgia, il convegno intende delineare una ‘storia’ della luce, fondamentale per comprendere la nostra contemporanea visione del mondo. Si tratta di un argomento che è stato sempre esplorato attraverso tematiche molto specifiche e settoriali, ma mai secondo una visione d’insieme che, per quanto possa essere necessariamente limitata, apra spazi significativi di confronto tra diverse discipline”.

In quale modo l’arte racconta l’esperienza della luce?

“Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole, afferma il libro dell’Ecclesiaste (11,7). La luce, concreta e intangibile, permette di vedere la realtà nella sua singolarità, creando relazioni, dando profondità ai volumi, ma soprattutto è all’origine dell’esperienza del sacro, del divino che illumina e trasfigura la storia dell’uomo. In una costante dialettica tra vita e morte, tra gloria e dramma, ‘vedere’ la luce significa dare un orientamento al cammino dell’uomo, discernendo il bene e il male, facendo affiorare la presenza luminosa di Dio al cuore della storia. Sono questi i grandi temi dell’arte: riconoscere attraverso la luce il Dio della vita. In che modo la messa in scena della luce nell’arte fa affiorare la relazione tra Dio e uomo?”

Perché, nel mondo contemporaneo, si è creata una frattura la frattura tra arte e chiesa, nonostante gli appelli di molti papi?

“Dal punto di vista simbolico, a partire dall’Illuminismo, la Chiesa sembra avere perso il contatto con il mondo contemporaneo. Abbiamo la sensazione che sia rimasta nostalgicamente a un tempo passato, che non abbia più nulla da dire…  Oggi, che si tratti di uno sfolgorante neo-bizantino, con improbabili sfondi dorati da carta per cioccolatini, o di un asettico neo-primitivismo medioevale, oppure di un’inquietante rivisitazione di modelli rinascimentali, barocchi e rococò, rimodulati anche nei loro aspetti più sensuali e provocatoriamente ambigui, colpisce il modo con il quale l’immagine liturgica rifiuta il tempo presente. Occorre riconoscere che spesso l’arte ‘laica’ sembra meglio affrontare i grandi temi dell’uomo (chiaramente in chiave non sempre confessionale, anzi) piuttosto che l’arte liturgica, malgrado gli appelli di molti papi, rimasti purtroppo inascoltati. La frattura arte e fede continua e non accenna a essere colmata”.

In quale modo l’arte sacra oggi racconta Dio?

“Di fatto, la grande arte sacra del passato ha lasciato oggi il testimone all’immagine devozionale, di cui possiamo constatare il carattere pedagogico, la preoccupazione di illustrare esattamente i misteri della fede. Tuttavia, quando entriamo nelle nostre chiese, restiamo troppo spesso delusi nel trovarci di fronte a immagini seriali, prefabbricate, superficiali. Un mondo vuoto, di plastica, falsamente ingenuo, senza contatto col reale: disincarnato. Le immagini si esauriscono in semplice didascalia, limitandosi a colpire emotivamente il fedele, attraverso sguardi di Gesù o di santi languidi e consolatori, mielosi e seducenti. L’arte liturgica di oggi sembra essersi svuotata della sua potenza simbolica, dimenticando che l’immagine cultuale pone davanti a noi una presenza, non la semplice rappresentazione di un soggetto sacro, malgrado la sua correttezza iconografica. E’ come se l’uomo di oggi avesse smarrito la sua identità ‘religiosa’ più profonda, il suo essere ‘homo simbolicus’. In questo senso, potremmo dire che molta arte liturgica contemporanea ha perduto la sua ‘missione’ di unire immanenza e trascendenza, contingenza ed eterno, relativo e assoluto, per cadere in un’illustrazione esteriore e superficiale del mistero di Dio. E’ forse il segno di una fuga dai problemi del nostro tempo, di una fede scollata dai problemi di oggi?”

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