Anatema del Papa contro il narcotraffico. "La Chiesa non ha bisogno dell'oscurità"

Papa Francesco abbraccia il Card. Robles Ortega
Foto: CTV
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“La Vergine Morenita ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia”.  Così Papa Francesco nel suo lungo ed articolato discorso rivolto ai vescovi messicani riuniti nella Basilica di Nostra Signora di Guadalupe.

Compito dei vescovi – ha spronato Francesco – è offrire “il grembo della fede cristiana” che “è capace di riconciliare il passato spesso segnato da solitudine, isolamento ed emarginazione, con il futuro continuamente relegato ad un domani che sfugge. Solo in quel grembo si può, senza rinunciare alla propria identità, scoprire la profonda verità della nuova umanità, in cui tutti sono chiamati ad essere figli di Dio. Chinatevi, con delicatezza e rispetto, sull’anima profonda della vostra gente, scendete con attenzione e decifrate il suo misterioso volto”.

“Per tutto questo – ha aggiunto – è necessario uno sguardo capace di riflettere la tenerezza di Dio. Siate pertanto Vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente, di volto luminoso. Non abbiate paura della trasparenza. La Chiesa non ha bisogno dell’oscurità per lavorare. Vigilate affinché i vostri sguardi non si coprano con le penombre della nebbia della mondanità; non lasciatevi corrompere dal volgare materialismo né dalle illusioni seduttrici degli accordi sottobanco”.

Il Papa non nasconde le difficoltà del mondo di oggi, la missione dei vescovi è complessa. Oggi domina “una concezione della vita considerata da molti più che mai vacillante, mutevole e anomica, perché manca di un sostrato solido. Le frontiere, così intensamente invocate e sostenute, sono diventate permeabili alla novità di un mondo in cui la forza di alcuni non può più sopravvivere senza la vulnerabilità di altri. L’irreversibile ibridazione della tecnologia rende vicino ciò che è lontano ma, purtroppo, rende distante ciò che dovrebbe essere vicino”.  I vescovi dunque devono intercettare il grido del popolo rispondendo che “Dio esiste ed è vicino mediante Gesù. Che solo Dio è la realtà sulla quale si può costruire, perché Dio è la realtà fondante, non un Dio solo pensato o ipotetico, ma il Dio dal volto umano”.

Davanti a tutto questo – ha esortato ancora il Pontefice – “non perdete tempo ed energie nelle cose secondarie, nelle chiacchiere e negli intrighi, nei vani progetti di carriera, nei vuoti piani di egemonia, negli sterili club di interessi o di consorterie. Non lasciatevi fermare dalle mormorazioni e dalle maldicenze. Introducete i vostri sacerdoti in questa comprensione del ministero sacro. Al di fuori delle  cose del Padre perdiamo la nostra identità e, colpevolmente, rendiamo vana la sua grazia”.

La cura dei giovani è un compito essenziale. Vanno amati e aiutati. Il Papa è preoccupato per “tanti che, sedotti dalla vuota potenza del mondo, esaltano le chimere e si rivestono dei loro macabri simboli per commercializzare la morte in cambio di monete che alla fine tarme e ruggine consumano e per cui i ladri scassinano e rubano. Vi prego di non sottovalutare la sfida etica e anticivica che il narcotraffico rappresenta per la gioventù e l’intera società messicana, compresa la Chiesa. Le proporzioni del fenomeno, la complessità delle sue cause, l’immensità della sua estensione come metastasi che divora, la gravità della violenza che disgrega e delle sue sconvolte connessioni, non permettono a noi, Pastori della Chiesa, di rifugiarci in condanne generiche, bensì esigono un coraggio profetico e un serio e qualificato progetto pastorale per contribuire, gradualmente, a tessere quella delicata rete umana, senza la quale tutti saremmo fin dall’inizio distrutti da tale insidiosa minaccia. Solo cominciando dalle famiglie; avvicinandoci e abbracciando la periferia umana ed esistenziale dei territori desolati delle nostre città; coinvolgendo le comunità parrocchiali, le scuole, le istituzioni comunitarie, la comunità politica, le strutture di sicurezza; solo così si potrà liberare totalmente dalle acque in cui purtroppo annegano tante vite, sia quella di chi muore come vittima, sia quella di chi davanti a Dio avrà sempre le mani macchiate di sangue, per quanto abbia il portafoglio pieno di denaro sporco e la coscienza anestetizzata”.

 L’esempio principale di ogni vescovo deve essere Gesù Cristo, pertanto – ha chiesto il Papa – “imitate la sua condiscendenza e la sua capacità di abbassarsi”. Verso i popoli indigeni e le loro culture “non di rado massacrate” occorre “uno sguardo di singolare delicatezza. Il Messico ha bisogno delle sue radici amerinde per non rimanere in un enigma irrisolto. Gli indigeni del Messico aspettano ancora che venga loro riconosciuta effettivamente la ricchezza del loro contributo e la fecondità della loro presenza per ereditare quella identità che vi fa diventare una Nazione unica e non solamente una tra le altre. Non stancatevi di ricordare al vostro Popolo quanto sono potenti le radici antiche che hanno permesso la viva sintesi cristiana di comunione umana, culturale e spirituale che si è forgiata qui. Ricordate che le ali del vostro Popolo si sono spiegate già più volte al di sopra di non poche vicissitudini.  Che i vostri sguardi, riposati sempre e solamente in Cristo, siano capaci di contribuire all’unità del vostro Popolo; di favorire la riconciliazione delle sue differenze e l’integrazione delle sue diversità; di promuovere la soluzione dei suoi problemi endogeni”.

I vescovi – ha proseguito Papa Bergoglio – non diano “vecchie risposte alle nuove domande. Il vostro passato è un pozzo di ricchezze da scavare, che può ispirare il presente e illuminare il futuro. Guai a voi se dormite sugli allori! Occorre non disperdere l’eredità ricevuta custodendola con un lavoro costante. Siete seduti sulle spalle di giganti: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici fedeli sino alla fine, che hanno dato la vita affinché la Chiesa potesse compiere la propria missione. Dall’alto di tale podio siete chiamati a gettare uno sguardo ampio sul campo del Signore per programmare la semina e aspettare il raccolto. Vi invito a faticare senza paura nel compito di evangelizzare e di approfondire la fede. Il nostro tempo richiede attenzione pastorale alle persone e ai gruppi che sperano di poter andare incontro al Cristo vivo. Solamente una coraggiosa conversione pastorale delle nostre comunità può cercare, generare e nutrire i discepoli odierni di Gesù”. No dunque al clericalismo e alle distanze, alla freddezza, all’indifferenza, al trionfalismo e alla autoreferenzialità.

Ogni vescovo devono saper decifrare le sofferenze dell’uomo. “La ricchezza che abbiamo scorre solamente quando incontriamo la pochezza di coloro che vanno elemosinando, e proprio tale incontro si realizza nel nostro cuore di Pastori”. Custodite – ha implorato il Papa – “il volto dei vostri sacerdoti. Non lasciateli esposti alla solitudine e all’abbandono, preda della mondanità che divora il cuore. Non manchi mai la vostra paternità di Vescovi verso i vostri sacerdoti. Incoraggiate la comunione tra di loro; fate sì che possano perfezionare i loro doni”.

La Chiesa – ha proseguito Francesco – sia “una piccola casa, in cui i suoi figli possono sentirsi a proprio agio. Davanti a Dio si può rimanere solo se si è piccoli, se si è orfani, se si è mendicanti”.

Dopo aver lodato i progressi compiuti dall’episcopato messicano, Francesco ha chiesto che nessuno si scoraggi “dalle difficoltà e di non risparmiare ogni possibile sforzo per promuovere lo zelo missionario, soprattutto verso le parti più bisognose dell’unico corpo della Chiesa messicana. Riscoprire che la Chiesa è missione è fondamentale per il suo futuro, perché solo l’entusiasmo, lo stupore convinto degli evangelizzatori ha la forza di trascinare. Vi prego di curare specialmente la formazione e la preparazione dei laici, superando ogni forma di clericalismo e coinvolgendoli attivamente nella missione della Chiesa, soprattutto rendendo presente, con la testimonianza della propria vita, il vangelo di Cristo nel mondo”.

Necessaria dunque una comunione sempre più profonda perché “la comunione è la forma vitale della Chiesa e l’unità dei suoi Pastori dà prova della sua veracità. Il Messico e la sua vasta e multiforme Chiesa hanno bisogno di Vescovi servitori e custodi dell’unità edificata sulla Parola del Signore, alimentata con il suo Corpo e guidata dal suo Spirito che è il respiro vitale della Chiesa. Non c’è bisogno di prìncipi, bensì di una comunità di testimoni del Signore. Cristo è la sua unica luce. Ditevi le cose faccia a faccia”.

Non è mancato un riferimento al tema delle migrazioni. “Sono milioni – ha ricordato il Papa – i figli della Chiesa che oggi vivono nella diaspora o in transito peregrinando verso il nord in cerca di nuove opportunità. Molti di loro lasciano alle spalle le proprie radici per avventurarsi, anche nella clandestinità che implica ogni tipo di rischio, alla ricerca della “luce verde” che considerano come loro speranza. Tante famiglie si dividono; e non sempre l’integrazione nella presunta terra promessa è così facile come si pensa”. I vescovi li seguano al di là delle frontiere. “Rafforzate la comunione con i vostri fratelli dell’episcopato statunitense affinché la presenza materna della Chiesa mantenga vive le radici della loro fede, le ragioni della loro speranza e la forza della loro carità. Testimoniate uniti che la Chiesa è custode di una visione unitaria dell’uomo e non può accettare che sia ridotto a mera risorsa umana. Il Papa è sicuro che il Messico e la sua Chiesa arriveranno in tempo all’appuntamento con sé stessi, con la storia, con Dio”.

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