Auschwitz, il silenzio orante del Papa. Le testimonianza dei sopravvissuti

Papa Francesco saluta dei sopravvissuti
Foto: Jeffrey Bruno / EWTN
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Auschwitz, perché il silenzio del Papa? "Perché il Papa ha preso sul serio questa grande ferita del mondo", afferma padre Manfrend Deselaers, vicedirettore della fondazione “Centro per il Dialogo e la Preghiera” dedicato alla riconciliazione Tedesco-Polacca e al Dialogo Cristiano-Ebraico. Durante la visita, il Papa ha incontrato anche alcuni sopravvissuti: le loro testimonianze sono materia che brucia.

Papa Francesco è il primo Papa a non dire nulla ad Auschwitz. Ma per padre Desealers questo è significativo. “In un certo senso, il Papa dice molto, perché non dire niente non significa non dire nulla. C’è il silenzio vuoto, ma c’è anche il silenzio pieno, e questo è un silenzio pieno”.

È un silenzio che vince, dice padre Deselaers, perché “anche nella visita di Benedetto XVI, ci fu un momento di silenzio, una preghiera. Ma poi tutti si concentrarono su quello che aveva detto o non aveva detto il Papa. Quel momento di silenzio andò perduto. Ed è molto importante. Rimanendo in silenzio, Papa Francesco ha preso sul serio questa ferita del mondo”.

Ad Auschwitz si incrociano la domanda su Dio e la domanda sull’uomo. “Benedetto XVI – dire Deselaers – ha chiesto di Dio, Papa Francesco ha chiesto dell’uomo nel messaggio scritto durante la visita allo Yad Vashem. Sono entrambe domande fondamentali”.

Deselaers conosce bene la difficoltà del processo di riconciliazione che è seguito ad Auschwitz, con il grande lavoro portato avanti dal Cardinale Boleslaw Kominek che promosse la lettera di riconciliazione con l’episcopato tedesco. Secondo padre Desealers, la lettera del Cardinale Kominek “sottolineava un dato fondamentale: che le relazioni tra le persone non devono essere del tutto chiuse per gli errori del passato”.

Ma gli errori del passato vanno ricordati. Lidia, russa di origine, venne deportata dalla Bielorussia. Ha oggi 75 anni, al tempo era una bambina. Non è mai stata ebrea. Ai giornalisti fa vedere il tatuaggio con il suo numero, racconta che “una volta arrivati, noi bambini ci misero da parte. Eravamo forti fisicamente, per questo ci usarono per gli esperimenti medici”.

“Eravamo usati come materiale, eravamo trattati come delle cose”, dice. E vuole che sempre più persone vadano a vedere i campi di concentramento, per non dimenticare. “Devono venire i giovani, devono venire le personalità perché i giovani sappiano”, racconta.

Alojzy Froos, un altro sopravvissuto, dice che i racconti possono essere differenti, che uno deve essere stato ad Auschwitz. Racconta che lui, personalmente, non ha mai sofferto la fame, è arrivato nel 1943, alla fine della guerra. Non soffriva la fame perché “la mia famiglia viveva vicino, e ricevo pacchi di cibo che mi ha salvato. E poi, perché molte coincidenze hanno salvato la mia vita. Per esempio, il fatto che conoscevo il tedesco, il fatto che conoscevo molti prigionieri”.

Le cose che sono successe sono comunque orribili. Lui ricorda di quando ha visto per la prima volta i camini dei forni crematori, e per la prima volta aveva visto le fiamme. E poi ricorda con nitidezza il primo giorno ad Auschwitz. Prese la scarlattina quasi subito, ma non voleva andare in infermeria, perché sapeva che ci sarebbe stata una possibile selezione. Lo convinsero ad andare, gli dissero che si sarebbero presi cura di lui. E lì “vidi, e lo ricorderò tutta la vita, nei bagni la cui porta era aperta, vidi corpi di esseri umani messi l’uno sopra l’altro, come legna nella foresta”. Era successo che quella mattina “era venuto Lager Arzt, un officiale delle SS e un medico, aveva scelto le persone malate, gli aveva iniettato del fenolo ed questi erano morti”. Froos dice che “la fede lo ha aiutato senza ombra di dubbio. Nel campo non avevo i dubbi che ho oggi, perché credere significa anche dubitare”.

Ewa Umlauf, invece, dice di non essere molto religiosa, sebbene ebrea che non va troppo spesso in sinagoga. “La fede ha giocato un ruolo nella mia vita, ma non così grande”. Era nata nel 1942, nel campo di lavoro di Nowaki in Slovakia, poi è stata trasportata ad Auschwitz, ma le uccisioni nelle camere a gas erano state fermate due giorni prima del loro arrivo, perché i russi si avvicinavano. La madre era rimasta incinta di nuovo (il padre era nella sezione maschile) e diede alla luce alla sorella nell’aprile 1945. Il padre morì alla fine della guerra, ma loro poterono proseguire la vita. La madre si risposò, sia lei che la sorella si laurearono.

“Mia madre – dice - non ha mai parlato troppo della sua vita ad Auschwitz, ma ha fatto davvero di tutto per cominciare una vita nuova”. Il messaggio che vuole lasciare che “vale la pone combattere per vivere. Imparare dal passato ci dà potere, perché il passato non finisce mai. Quando non consideri il passato, non hai futuro. Le giovani persone dovrebbero ricordare questo, che è possibile dire ‘Sì’ alla vita anche in circostanze molto brutte”.

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