Australia, il segreto della confessione a rischio. Ma non ovunque

Arrivano anche le buone notizie dall’Australia. Dopo che lo Stato del Queenslaand ha messo a rischio il segreto della confessione, una decisione legislativa lo ha protetto

Un confessionale
Foto: Romana Klee via Flickr
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Il quinto Stato australiano a mettere a rischio il segreto della confessione è quello del Queensland, dopo le leggi già approvate lo scorso anno negli Stati di South Australia and South Australian Capital Territory e poi in Vicotria e Tasmania. E ce ne potrebbe essere un sesto, quello del Western Australia. Dove però una commissione – ed è qui la buona notizia – ha piuttosto difeso il segreto della confessione.

Scossa dallo scandalo degli abusi, la Chiesa in Australia ha dovuto rispondere anche alla Royal Commission, che ha stilato nel 2018 una serie di raccomandazioni per affrontare il dramma degli abusi che prevedevano anche di abolire il segreto della confessione. I vescovi australiani avevano detto che no, il segreto della confessione non lo avrebbero fatto abolire, e questo era stato ribadito da una nota della Penitenzieria Apostolica nel 2019, necessaria perché il sigillo della confessione non era stato messo sotto accusa in Australia, ma anche in molti altri posti.

Il Queensland diventa così il quinto Stato australiano dove il segreto della confessione viene violato da una legge che stabilisce che i sacerdoti siano perseguibili se si viene a sapere che non hanno riportato alle autorità dei casi di abusi durante la confessione.

Le leggi del Queensland hanno infatti creato un nuovo crimine che è quello di “mancare nel denunciare e nel proteggere un bambino dell’abuso sessuale istituzionale, ha affermato Yveth D’ath, ministro della Giustizia dello Stato australiano. La legge chiarifica anche che i sacerdoti non potranno appellarsi al segreto della confessione.

La nuova legge è stata fortemente contestata dai vescovi. L’arcivescovo Mark Coleridge di Brisbane ha sottolineato che queste leggi non metteranno i bambini al sicuro e affermato, in una nota inviata al Parlamento, che “i sacerdoti sono morti per aver rifiutato di sottomettersi alle richieste dello Stato e hanno preferito difendere i diritti del penitente davanti a Dio e i diritti di Dio davanti al penitente”.

Si sta discutendo una legge simile anche nel Western Australia. Ma lì la Camera Alta del Parlamento ha invece raccomandato che “i ministri di religione siano esenti da responsabilità criminale di denuncia obbligatoria solamente quando le basi di quello che credono è basato esclusivamente nelle informazioni rivelate durante le confessioni”.

Si tratta, in qualche modo, di un piccolo passo indietro di ragionevolezza, anche perché il Comitato Legislativo del Consiglio Legislativo non ha abbandonato l’idea che i sacerdoti possano essere fonte di informazione, ma ha piuttosto raccomandato che il governo statale “si consulti con i ministri di religione su questioni non statutarie che possano facilitare l’efficace uso di informazione ricevuto durante la confessione religiosa”.

La raccomandazione nasce anche dal fatto che più del 90 per cento delle 606 petizioni pubbliche sulla legge si opponevano a rompere il sigillo sacramentale.

Durante una udienza lo scorso agosto, l’arcivescovo Timothy Costelloe di Perth ha detto che “se un sacerdote ascoltasse in confessione di un abuso sessuale, sarebbe la responsabilità del sacerdote di fare il suo meglio per convincere il perpetratore che deve fermarsi e che forse l’unica possibilità di fermarsi è quella di consegnarsi alle autorità”.

È la posizione mantenuta anche dalla Santa Sede, che ha inviato alla Conferenza Episcopale di Australia le sue osservazioni su 12 raccomandazioni della Royal Commission, inclusa quella che chiedeva di eliminare il segreto della confessione.

La Santa Sede ha ribadito l’inviolabilità del sigillo sacramentale e affermato che l’assoluzione non può essere condizionata da azioni future nel “foro esterno”, ma che il confessore può incoraggiare colui che si confessa a consegnarsi alle autorità.

Nelle osservazioni, la Santa Sede reitera l’impegno a sradicare il dramma degli abusi, sottolinea che molte delle raccomandazioni sono state già messe a punto, e non solo con le nuove leggi di Papa Francesco come la Vox Estis, ma anche con decisioni prese lungo tempo fa.

Per quanto riguarda segreto della confessione, la Santa Sede ha sottolineato “l’insegnamento costante della Chiesa” sul fatto che l’inviolabilità del sacramento della confessione è “qualcosa di richiesto dalla natura dello stesso sacramento, e per ciò derivante dalla legge divina”.

“Il confessionale – scrive la Santa Sede – fornisce una opportunità, forse l’unica, per quanti hanno commesso abuso sessuale di ammetterlo. In quel momento, si crea la possibilità che il confessore consigli e ammonisca e il penitente, chiedendogli di pentirsi, di fare ammenda della sua vita e di restaurare la giustizia. Ma questo non può tramutarsi nella pratica dei confessori di denunciare quelli confessati per abuso sessuale, perché in quel caso nessun penitente si approccerebbe più al sacramento e perderebbe una preziosa opportunità di pentimento e riforma”.

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