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Beati i perseguitati: essere discepoli di Gesù non è un gioco

Monsignor Francesco Cavina, Vescovo di Carpi |  | Notizie Carpi Monsignor Francesco Cavina, Vescovo di Carpi | | Notizie Carpi

Beati i perseguitati. E’ il tema centrale della catechesi offerta dal Vescovo di Carpi, Monsignor Francesco Cavina, a Terrasini (Palermo), nell’ambito della festa “Avvenire… per passione”, organizzata dall’associazione culturale “Così... per passione” e dalla Diocesi di Monreale. Vi proponiamo il testo integrale della meditazione del Vescovo di Carpi.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi, per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5,11-12)

Il cristianesimo non è una filosofia, un insieme di norme, di regole, non è neppure la sollecitazione a fare tante cose. E’ comunione di vita con il Figlio di Dio, il quale è entrato nella storia, ne ha cambiato il corso e ha restituito all’uomo il suo destino eterno. Grazie a Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, ci viene restituito lo sguardo giusto, lo sguardo dell’amore che proviene da Dio, che solo ci permette di dare senso alla nostra vita, perché ci dona la vera conoscenza di Dio, di noi stessi e degli altri. 

Comprendiamo, allora, che essere discepoli di Gesù non è un gioco, perché non si tratta di seguire un ideale umano, di compiere delle buone opere, ma il Figlio di Dio fatto carne, il quale, per redimere il mondo segnato dal peccato e da tutte le sue conseguenze (l’odio, la violenza, l’ingiustizia, l’idolatria, la morte), ha fatto proprio il destino del chicco di grano che muore per portare la vita in abbondanza. E’ cristiano chi accetta di seguire Cristo in tutto il suo cammino, e non solo in quello che più piace del suo messaggio e della sua vita. 

L’amore per Gesù, infatti, può chiedere anche il distacco necessario dai legami familiari e dalla propria stessa vita. Si tratta di scelte impegnative che costano fatica e agli occhi del mondo appiano come “perdenti”, ma in realtà denotano grande libertà, coraggio, attaccamento alla persona di Cristo, da non preferire altro a Lui. A Gesù che lo interrogava, Simon Pietro, in un momento di crisi della piccola comunità dei dodici, rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6.68).

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Dall’amore per Gesù, dall’incontro con Lui nasce, dunque, una visione nuova di vita e un modo nuovo di interpretare la realtà, perché fede e vita non si possono contrapporre. In altre parole, dovunque si rende esplicita la grazia della fede, appare una novità che, molto spesso, inquieta il mondo perché il mondo ama solo ciò che è suo. 

Si tratta di una novità e di una originalità - quella del cristiano - che non vanno confuse con l’eccentricità o la ricerca della diversità per il gusto di stupire o di scandalizzare, ma è la novità di una libertà, che rifiuta di sottomettersi all’opinione degli uomini, di piegarsi al pensiero dominante, di ridurre la fede ad una blanda religiosità, che lascia sullo sfondo il destino ultimo della nostra vita, cioè la piena comunione con Dio. Per questi motivi, il cristiano viene considerato un disturbatore, una persona che si oppone all’ordine pubblico, un nemico della convivenza civile, un sovvertitore delle istituzioni. Proprio come è successo per Cristo!

 Le parole di Gesù, al riguardo, non lasciano dubbi: Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15. 20). La persecuzione per chi vuole essere fedele a Cristo e all’uomo è inevitabile. Anzi, costituisce un segno di autenticità nella fede, praticata nella vita. Tuttavia, quando la fede è credibile e fascinosa, la testimonianza che il cristiano offre quando viene perseguitato, assume un risvolto positivo perché ha la capacità di attrarre a Cristo, e quindi alla conoscenza del Vangelo, coloro che non credono. 

Si comprende, così, perché la beatitudine di Matteo 5.11 precisa che non tutti i perseguitati sono beati. Beati sono coloro la cui sofferenza è motivata dalla fede in Gesù, per causa mia. Non rientrano, dunque, in questa situazione di persecuzione le ostilità che sono motivate dai nostri difetti, dal nostro carattere, dalle nostre infedeltà, dal nostro peccato, dalla nostra poca trasparenza, dalle nostre omissioni. Anzi, le contestazioni che nascono in seguito a questi nostri limiti devono servirci per chiamarci a conversione. 

Scrive san Girolamo: Molti uomini subiscono la persecuzione a causa dei propri peccati, quindi non sono giusti. 

San Gregorio di Nizza precisa: E’ vera felicità l’essere perseguitati per il Signore. 

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Sant’Agostino conclude: Se non subisci persecuzioni è segno che non hai deciso di vivere religiosamente in Cristo (Sul Salmo 54,8). 

La vergogna di Cristo e la paura della testimonianza diventano il segno che io dubito che quello che ho scelto un tempo continui ad essere la cosa giusta e che valga la pena di essere vissuto. 

         I dati delle Nazioni Unite ci ricordano che è proprio la fede cristiana ad essere più perseguitata. Ogni cinque minuti un cristiano subisce maltrattamenti e vessazioni a causa della sua fede. L’ostilità nei confronti del cristianesimo si percepisce anche nelle nostre città europee, dove in nome di una presunta libertà di opinione tutto si può dire o fare contro i simboli, le persone a noi sacre e le verità della fede cristiana. Quando, invece, ad essere dileggiate sono le altre religioni subito si sollevano cori di riprovazione e di condanna, fino a giungere a forme di restrizioni per impedire che sia ferito il sentimento religioso dei loro membri.

         Per comprendere meglio la beatitudine sulla quale stiamo riflettendo, possiamo fare riferimento ad un altro testo del Vangelo di Matteo, il capitolo 10,16-25. In esso Gesù ci parla di pericolo e di fiducia in Dio. Dice: vi mando come pecore in mezzo ai lupi.

L’immagine serve a descrivere la pericolosa situazione in cui vengono a trovarsi i discepoli nel mondo, al quale si presentano completamente disarmati. La lotta contro il male non avviene ad armi pari. Tuttavia, la nostra debolezza è colmata dalla presenza del Signore. Le parole di Gesù «io vi mando» ci ricordano che il cristiano annuncia il Vangelo non per iniziativa propria, ma perché è un inviato e in quanto tale porta un messaggio che non è suo, ma che gli è stato affidato e del quale dovrà rendere conto. Nell’esercizio di questo mandato il discepolo possiede come unica sicurezza la gioia di appartenere al Signore Gesù.

Il discepolo, dunque, nelle situazioni critiche, pericolose e aggressive per la propria vita, a causa di Gesù, sa di potere contare non sulle proprie sicurezze o risorse o capacità, ma sulla vicinanza del Maestro, sulla Sua protezione, sul Suo aiuto, sulla Sua amicizia, sulla Sua presenza. E’ Lui che agisce, non siamo noi!

Cristo si rende a noi presente con il dono dello Spirito. Infatti, mentre la presenza secondo la carne del Figlio di Dio è necessariamente legata all’evento di 2000 anni fa e ad un luogo ben preciso, quella secondo lo Spirito si prolunga senza fine. Con il dono dello Spirito Santo Gesù realizza la consolante promessa fatta ai discepoli e alla Chiesa: Ecco io sarò con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli (Mt 27.20). Lo Spirito Santo, dunque, porta con sé la presenza permanente di Cristo, che assicura alla comunità cristiana la Sua continua assistenza ed il suo sviluppo. 

Ma lo scopo dello Spirito è anche un altro. Ha il compito di preservare i discepoli dallo scandalo quando, a causa della persecuzione, la loro fede sarà pericolosamente messa alla prova. Quando l’ostilità del mondo si farà manifesta, i discepoli di Gesù conosceranno il dubbio, la paura, lo scoraggiamento, lo smarrimento interiore, la tentazione di rinnegare la fede. 

La persecuzione fa nascere interrogativi profondi: perché il Vangelo è continuamente rifiutato? Perché Cristo risorto non si oppone alle forze del male? In questi frangenti l’assistenza dello Spirito Santo diventerà ancora più evidente e assumerà la missione di difendere Gesù nei discepoli. Come? Facendo loro comprendere l’autenticità e la verità della Sua Parola, il valore della salvezza da Lui portata e la certezza che condividere la Sua croce significa condividere la Sua resurrezione. 

A questo punto è bene, però, allontanare subito da noi un equivoco. La riflessione che stiamo facendo non deve portarci a ritenere che il cristiano debba ricercare lo scontro a tutti i costi. No! Il cristiano non è nemico di nessuno! Non si è cristiani per diventare nemico di qualcuno. L’inimicizia non comincia da noi, come non comincia da Cristo. E’ il mondo piuttosto che si fa nemico di Dio, di Cristo, del discepolo di Gesù.

Per questa ragione Gesù afferma che la testimonianza va sempre a braccetto con la virtù della prudenza e della semplicità. Queste due virtù, coniugate insieme offrono l’orientamento per l’impegno del cristiano nel mondo.

La prudenza di cui parla Gesù è ben diversa dalla prudenza umana, la quale molto spesso ricerca il compromesso, non si espone mai, non prende mai posizione per timore di creare tensioni, di avere noie e ripercussioni negative per la propria vita. La prudenza che raccomanda Cristo, al contrario, è la virtù che consente di valutare criticamente la realtà che ci circonda per non venire sopraffatti dalla mentalità del mondo e dunque dalla secolarizzazione della fede. 

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Qualora dovesse accadere che il mondo si riconosce nel cristiano o il cristiano nel mondo, è giunto il momento di chiederci se noi diciamo ancora Gesù Cristo, se siamo ancora dalla Sua parte. Ma quando un cristiano non dice più Gesù Cristo, e la sua vita non inquieta più ha ancora senso? La prudenza, in definitiva, è la virtù che ci consente di salvare la nostra identità, la quale consiste nel rendere visibile nella nostra vita la forza trasformante del Vangelo. In altre parole, la verità del messaggio di Cristo devono essere resa evidente, chiara per tutti. Si tratta di una questione importante perché rende possibile la verità dell’annuncio, ed è il criterio con cui saremo giudicati.

L’ altra virtù che il Signore ci chiede di praticare è la semplicità. Una virtù che non ha nulla a che fare con la sventatezza, la superficialità, l’ingenuità. La virtù della semplicità si oppone all’aggressività e all’imposizione, per scegliere la via della comprensione, del dialogo, dell’accoglienza, della bontà. Quindi la semplicità ci aiuta a rimanere uomini tra gli uomini, con equilibrio, con una dignità profonda ed una carità senza finzione.

Le beatitudini non si possono capire se non si vivono. Per questa ragione il migliore commento ad esse è la vita stessa dei santi. Il loro esempio e la loro straordinaria bontà vanno oltre le facoltà razionali dell’uomo e colpiscono il cuore. I primi cristiani operavano conversioni non principalmente per quello che dicevano, ma perché la gente vedeva in loro e nelle loro comunità qualcosa di buono e di bello e lo desiderava. Ai santi vogliamo fare riferimento!

Il Papa il prossimo mese di ottobre canonizzerà il Papa Paolo VI ed il Vescovo Mons. Oscar Romeo. 

Mons. Romeo poche settimane prima di morire così descriveva la situazione di persecuzione nel suo Paese: Quando la Chiesa difende i poveri, sperimenta la persecuzione. Nel nostro paese, in meno di tre anni più di cinquanta sacerdoti sono stati accusati, minacciati, diffamati. Sei di loro sono stati assassinati. Altri furono torturati, espulsi dal paese…e se questo succedeva alla Chiesa ufficiale, che cosa non doveva poi accadere alla povera gente della comunità, ai catechisti, ai leader delle comunità ecclesiali di base?

Per quel che riguarda Paolo VI vorrei ricordare il suo viaggio in Estremo Oriente, compiuto nel 1970. All’aeroporto di Manila, un esaltato, si avvicinò ostentando un crocifisso e tentò di ucciderlo: il colpo di pugnale - deviato all'ultimo momento da un intervento di una persona del seguito - lo ferì alla spalla: la veste bianca si macchiò di sangue, e ci volle molto tempo perché la ferita si rimarginasse. Chi lo vide ferito disse che nei suoi occhi c'era quasi la felicità di chi è a un passo dal dare la vita per Cristo. 

Nell’omelia, che tenne in un grande parco alla periferia di quella capitale (il 29 novembre 1970) davanti a una folla immensa di giovani agricoltori e pescatori, affermò: “Io Paolo, successore di S. Pietro, incaricato della missione pastorale per tutta la Chiesa, non sarei mai venuto da Roma fino a questo paese estremamente lontano se non fossi fermamente convinto di due cose fondamentali: la prima di Cristo, la seconda della vostra salvezza. Convinto di Cristo, sì io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacere, guai a me se non proclamassi il Vangelo. Per questo io sono mandato da Lui, da Cristo stesso. Io sono un apostolo, io sono un testimone”. 

Un pastore luterano, Richard Wurmbrand, sopravvissuto a torture indicibili nella Romania comunista ha scritto che esistono due tipi di cristiani: quelli che credono sinceramente in Dio e quelli che, altrettanto sinceramente, credono di credere. Si possono distinguere dalle loro azioni nei momenti critici. 

Dio ci ha creati capaci di conoscerlo e di amarlo. Ha mandato suo Figlio in mezzo a noi perché vuole renderci partecipi per sempre della sua vita divina. Chiediamo che questa semplice verità diventi la luce che illumina quotidianamente la nostra vita di discepoli di Cristo e le scelte ad essa collegate.