Bernhard Scholz, il Meeting di Rimini racconta la passione per l’uomo

L'edizione del 2022 del Meeting per l'amicizia tra i popoli si apre il 20 agosto

Bernhard Scholz
Foto: www.meetingrimini.org
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‘Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l’uomo’: è questa frase di don Giussani, tratta dall’intervento tenuto al Meeting dell’Amicizia tra i popoli nel 1985 a ispirare il titolo della 43^ edizione: ‘Una passione per l’uomo’.

Infatti quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita dello stesso don Giussani e quindi è stato naturale attingere dal suo ‘genio’ per fissare l’orizzonte di lavoro e riflessione per il Meeting, come ha affermato il presidente della Fondazione ‘Meeting per l’amicizia tra i popoli’, Bernhard Scholz: “Affermare che il cristianesimo nasce come passione per l’uomo riporta ad una concretezza e soprattutto ad una verificabilità che fa del cristianesimo non un’opzione religiosa tra le altre, ma un’esperienza incontrabile, tangibile; cioè un’evidenza in cammino dentro la storia che non si fa alibi della relatività e della finitezza della storia. Insomma, l’opposto di un qualcosa che vuole imporsi come una verità a prescindere”.

Partendo da questa riflessione chiediamo al presidente Scholz di spiegarci, dopo 43 anni, la passione per l’uomo del Meeting: “La passione dell’inizio! Il titolo è tratto da un intervento di don Luigi Giussani al Meeting del 1985 dove dice che il cristianesimo non è nato come religione ma come ‘passione per l’uomo’. Nel centenario della sua nascita abbiamo voluto mettere al centro questa passione che lui ha vissuto, testimoniato e comunicato. Chi ha fondato il Meeting è stato coinvolto proprio da questa sua passione e ha voluto renderla presente attraverso i convegni, le mostre e gli spettacoli che se si sono susseguiti in tutti questi anni. E’ una passione per la persona che cerca il suo destino, che soffre, che vive in condizione avverse, ma anche una passione per la persona che si illude della propria autosufficienza, del suo potere”.

A 100 anni dalla nascita quale è l’attualità di mons. Giussani?

“Di fronte ad una riduzione del cristianesimo ad una concezione astratta o ad una pura etica, don Giussani ha riproposto il cristianesimo come avvenimento: il Mistero di Dio ci viene incontro, ci raggiunge attraverso la realtà, prima di tutto attraverso la realtà sacramentale della Chiesa e delle comunità che la vivono nella loro unità e la realtà delle circostanze che ci indicano in un dialogo continuo la strada che siamo chiamati a percorrere, la vocazione che ci siamo invitati a seguire. In questo senso don Giussani ha parlato di Presenza, del Mistero di Dio che si rende presente nella realtà per incontrarci e lasciarsi incontrare. Questo incontro diventa poi fonte di una nuova scoperta affascinante della bellezza e della verità, diventa fonte di una nuova moralità, che nasce da una affezione vera e profonda e non da un moralismo che enfatizza le norme mettendo in ombra il più grande e incommensurabile dono di Dio: la sua misericordia. Questa riproposizione esistenziale dell’incarnazione come caratteristica fondamentale del cristianesimo ha coinvolto tante generazioni di giovani e meno giovani e penso che proprio in questo consista la sua attualità. Vivere la propria vocazione in un’amicizia basata sulla fede dentro e attraverso le circostanze della vita vuol dire testimoniare il cristianesimo in tutti gli ambienti della vita stessa: famiglia, quartiere, lavoro, tempo libero, impegni nella società civile, politica. Ed è in questo modo che la fede si comunica, si manifesta come carità e crea una nuova cultura”.

Cosa è per mons. Giussani il senso religioso?

“Don Giussani definisce il senso religioso come ‘complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste’. Aggiunge poi che potrebbe essere espresso anche come ‘esigenza di felicità, esigenza di verità, esigenza di giustizia…’. Mi sembra molto importante la sua osservazione che questa ‘scintilla che mette in azione il motore umano’ non si limita ad un ambito specifico, che potremmo chiamare anche spirituale, ma permea e penetra tutti gli aspetti della vita: ‘Qualunque affermazione della persona, dalla più banale e quotidiana alla più ponderata e carica di conseguenze, può avvenire solo in base a questo nucleo di evidenze ed esigenze originali’. Questo vuol dire che tutto ciò che l’uomo desidera e realizza è originato da questo senso religioso, che può essere offuscato, tradito, relativizzato ma mai del tutto cancellato. Ed è una caratteristica essenziale dell’uomo che accumuna tutti gli uomini in quanto uomini”.

In questo momento particolare quale sguardo sul mondo offre il Meeting?

“Lo sguardo sul mondo è prima di tutto caratterizzato dal fatto che il mondo ci è dato e che la persona non è frutto di un caso all’interno di un processo fisico-biologico ma che ognuno è voluto da sempre e per sempre: il mondo mi è dato per vivere questa chiamata, questa vocazione personale insieme agli altri fratelli uomini. Le testimonianze e i dialoghi del Meeting vogliono aprire e riaprire questo orizzonte di una vita che scopre la bellezza anche nei luoghi più bui, che cerca la verità anche se è offuscata, una vita che vuole costruire un mondo più giusto anche in mezzo a mille ostacoli. E’ uno sguardo di positività basato su esperienze che la documentano come possibile, non su un ottimismo effimero e inconsistente. Questo sguardo sul mondo si vede poi negli sguardi delle migliaia di volontari che sono il vero cuore del Meeting. Il loro sorriso, la loro disponibilità, la loro attenzione, la loro accoglienza dicono più di tante parole. E dicono che il mondo può presentarci tante difficoltà e problemi ma che in questo mondo pulsa un cuore che ci attende in ogni momento. Quest’anno ascolteremo in particolare testimonianze dall’Ucraina e dalla Russia, ma anche di tante altre parti sofferenti del mondo che mostrano l’irriducibilità di un’esperienza capace di perdonare e di costruire relazioni nuove anche in situazioni di oppressione e di conflitti violenti”.

 

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