Betlemme, la basilica della Natività non è più un sito a rischio

Il luogo dove nacque Gesù è per ora salvo. L'UNESCO non lo considera patrimonio in pericolo. Decisivi i restauri

La Basilica della Natività a Betlemme
Foto: Fondazione Terrasanta
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Era classificato tra i siti UNESCO in pericolo. Ma ora, grazie ai restauri del tetto, delle facciate esteriori, dei mosaici e delle porte, la Basilica della Natività e il percorso del pellegrinaggio di Betlemme è uscita dalla lista dei siti in pericolo. La deciso il Comitato del Siti Patrimonio dell’Umanità, che si sta incontrando a Baku dal 30 giugno scorso.

Tra i positivi sviluppi apprezzati dal comitato UNESCO, le scaffalature fatte per costruire un tunnel sotto la piazza della Mangiatoia e l’adozione di un piano di gestione per la conservazione del sito. I restauri hanno anche portato alla luce il mosaico di un angelo e tanti altri reperti.

La chiesa della Natività si trova a 10 chilometri a Sud di Gerusalemme. Fu identificato come il luogo della nascita di Gesù dal II secolo, e la prima Chiesa fu completata nel 339. Nel VI secolo, dopo un incendio, l’edificio fu sostituito da una nuova costruzione, ma mantiene mosaici sul pavimento che provengono dalla costruzione originale. Nel sito ci sono anche conventi e chiese latine, greco ortodosse, francescani e armeni.

La Basilica della Natività è patrimonio dell’umanità del 2012, ed è stato il primo sito che la Palestina è riuscito a far riconoscere dopo essere entrato come osservatore nell’UNESCO. Subito, fu inserito tra i siti a rischio, ovvero in quella lista di siti in condizioni che ne vadano a mnare le caratteristiche originarie.

Il voto che incluse la Basilica della Natività tra i siti UNESCO ebbe un forte significato politico per la Palestina, che era membro dell’UNESCO da circa otto mesi.

Quello della Basilica della Natività era il primo sito della Cisgiordania ad entrare nella lista dei siti patrimonio dell’Umanità.

L’ingresso della Palestina all’UNESCO fu appoggiato dalla Santa Sede, che rilasciò all’annuncio una dichiarazione pesata, non come arbitro, ma come Paese particolarmente interessato allo sviluppo degli eventi e desideroso di mantenere rapporti di vicinanza sia con gli israeliani che con i palestinesi. Con i primi, anche per concludere le trattative sull’applicazione dell’Accordo Fondamentale, che sembrano non finire mai. Con i secondi, perché i cristiani della regione sono soprattutto arabi palestinesi, una minoranza isolata che va protetta: non a caso la Palestina è il primo Stato a maggioranza musulmana ad avere siglato un accordo con la Santa Sede.

La Santa Sede aveva sottolineato che riconoscere alla Palestina il rango di Stato non membro osservatore andava proprio inquadrata nei “tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale” alla questione.

Ma – aggiungeva – “è convinzione della Santa Sede che tale risultato non costituisca, di per sé, una soluzione sufficiente ai problemi esistenti nella Regione: ad essi, infatti, si potrà rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi”. E auspicava perciò la ripresa dei negoziati internazionali.

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