Canada, la richiesta di perdono dei vescovi alle popolazioni indigene

Dopo le scuse del Papa, che incontrerà alcuni rappresentanti delle popolazioni indigene a dicembre, i vescovi del Canada chiedono scusa per quanto successo nelle scuole residenziali

Nativi americani riuniti
Foto: pd
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Non solo la richiesta di perdono, ma anche 30 milioni di dollari canadesi stanziati per la riconciliazione. I vescovi del Canada, riuniti in Assemblea Plenaria, hanno deciso di cominciare un percorso di riconciliazione sulla questione delle scuole residenziali, vale a dire scuole del XIX secolo a volte affidate a religiosi intorno alle quali si sono trovate tombe di massa, a riprova dei maltrattamenti subiti dagli indigeni.

Prima di tutto, un po’ di storia. Per fare luce sulla questione delle scuole residenziali, era stata stabilita una commissione “Verità e Riconciliazione”; la quale aveva terminato il lavoro nel 2015, definendo 94 “call for action” che includevano una richiesta di scuse da parte della Chiesa cattolica. Le “scuole residenziali” sono istituti gestiti da Chiese cristiane dove – a partire dalla metà dell’Ottocento e per quasi tutto il XX secolo – il governo federale trasformò forzatamente 150 mila bambini delle tribù native. Sono almeno 6 mila i bambini morti in queste strutture, in cui si cercava di assimilare forzatamente i bambini allo Stato.

Le violenze sono state anche di più, se si considera che da allora ad oggi sono stati risarciti oltre 64 mila nativi, ma sono stati in 92 mila a chiedere il compenso. Lo Stato canadese ha fatto formali scuse nel momento in ci ha istituito la Commissione.

L’ultima delle scuole residenziali è stata chiusa nel 1996, e la “pagina nera” della storia canadese ha chiamato in causa anche la Chiesa cattolica, che gestiva molte di queste strutture. Da notare che  il rapporto denunciava il governo, e non la Chiesa, per aver portato avanti una politica di “genocidio culturale”.

 Nel 2009 in Vaticano era già avvenuto un incontro tra papa Benedetto XVI e il “Grande capo” dell'Assemblea dei nativi del Canada, Phil Fontaine, organizzato dall'allora presidente della Conferenza episcopale canadese, monsignor James Weisgerber. Benedetto XVI manifestò “il suo dolore e l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa”, aggiungendo che “atti di abuso non possono mai essere tollerati dalla società”.

Papa Francesco è arrivato a chiedere scusa al termine dell’Angelus del 6 giugno dopo gli ultimi ritrovamenti di tombe di massa, mentre l’1 luglio è stato annunciato che Papa Francesco avrebbe incontrato dei leader indigeni tra il 17 e il 20 dicembre.

È questo il contesto in cui arriva la richiesta di perdono dei vescovi canadesi. Nella loro dichiarazione, i vescovi “riconoscono la sofferenza sperimentata nelle Scuole Residenziali”, sottolineano che molte “comunità religiose cattoliche e diocesi hanno partecipato questo sistema” che ha portato sopprimere “linguaggi, cultura e spiritualità” indigene.

E ancora, i vescovi riconoscono “i gravi abusi” commessi dai cattolici, “fisici, psicologici, emotivi, spirituali culturali e sessuali”, nonché il trauma “sofferto dagli indigeni oggi”, sottolineando di essere “pienamente impegnati nel processo di guarigione e riconciliazione”.

Da qui, anche l’impegno a raccogliere denaro in ogni regione per la riconciliazione, chiedendo agli indigeni di aiutarli in un ogni Stato degli Stati Uniti a sviluppare iniziative di riconciliazione e ascolto.

I vescovi si impegnano a fornire documentazione, ricordano il prossimo incontro del Papa con gli indigeni nel dicembre 2021, e sottolineando di aver stanziato 30 milioni in cinque anni, per finanziarie iniziative di riconciliazione in tutta la nazione.

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