Cantalamessa: “E’ l’amore a dire l’ultima parola sulla morte dell’uomo”

Predica di Quaresima
Foto: L'Osservatore Romano, ACI Group
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Problema umano numero uno: la morte. E’ il tema centrale affrontato nella terza predica di Quaresima tenuta venerdì mattina, 24 marzo, nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Papa Francesco, da Padre Raniero Cantalamessa.

Perché “cosa c’è di più importante e attuale per il credente, e anzi per ogni uomo per ogni donna, che sapere se la vita ha un senso o no, se la morte è la fine di tutto o, al contrario, l’inizio della vera vita”. Questo chiede il predicatore della Casa Pontificia.

La risposta è in linea con le meditazioni precedenti: lo Spirito Santo è la chiave. Lo Spirito che “diede a Gesù l’impulso a offrirsi in sacrificio al Padre e la forza che lo sostenne durante la sua passione”. Quello Spirito, aggiunge il frate cappuccino, dato al Cristo “al momento della nascita e poi, pubblicamente, nel battesimo”, che viene donato successivamente agli uomini sulla croce. Guidati dallo Spirito Santo, dunque, ci si può chiedere “cosa significa per noi la morte di Cristo”.

L’uomo, nel corso dei secoli, si è confrontato con il problema della fine della vita e ha cercato “consolazioni” alla ineludibilità di questo evento. Spiega Padre Raniero: “Esiste un solo, vero rimedio alla morte e noi cristiani defraudiamo il mondo se non lo proclamiamo con la parola e la vita”. Ecco allora il cuore di questa terza meditazione quaresimale: nella morte e nella risurrezione di Gesù “la morte è diventata un passaggio e un passaggio a ciò che non passa”.

“Se Gesù soffre e muore di una morte violenta inflittagli per odio — rimarca il predicatore — non lo fa solo per pagare al posto degli uomini il loro insolvibile debito; muore crocifisso perché la sofferenza e la morte degli esseri umani siano abitate dall’amore”. E ormai è “l’amore a dire l’ultima parola sulla sofferenza e sulla morte dell’uomo”.

Conclude padre Cantalamessa la sua terza predica di Quaresima: “Non è cambiata la necessità di entrare nella tomba, ma viene data la possibilità di uscirne. Ogni credente, perciò, continua ad avere paura della morte perché sa di doversi calare in quell’abisso oscuro, ma ha anche «speranza, perché sa di poterne uscire”. Quello della morte, quindi, “non è un salto nel vuoto, ma un salto nell’eternità. Essa è una nascita ed è un battesimo”.

 

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