CCEE sul fine vita: “Non è lecito togliere la vita ad alcuno”

Una delle presentazioni dell'incontro dei Consulenti Legali delle Conferenze Episcopali Europee in Lussemburgo, 10-12 dicembre 2017
Foto: CCEE
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Si è parlato di fine vita e fenomeno migratorio durante i lavori dell’incontro dei consulenti giuridici delle Conferenze Episcopali Europei, che si sono riuniti a Lussemburgo dal 10 al 12 dicembre 2017. E i lavori si sono conclusi con una posizione netta sul tema del fine vita, che altro non è che il ribadire la Dottrina Sociale della Chiesa: “Non è lecito togliere la vita a nessuno”.

È una presa di posizione netta, che segue l’appello a “non fare peccato di omissione” da parte della Chiesa lanciato dal nunzio in Lussemburgo, l’arcivescovo Augustine Kasuja, all’inizio dei lavori. E infatti, i consulenti giuridici chiedono di “entrare nel dibattito pubblico”, non solo affermando “principi e convinzioni”, ma spiegando queste posizioni in maniera ragionevole e argomentata. C’è forte preoccupazione per quelle leggi che “favoriscono una cultura della morte”.

Una presa di posizione che è maturata di fronte ad una analisi giuridica dei casi, con una relazione di Sophia Kuby, dell’ufficio di Bruxelles di ADF International. Tra i casi più eclatanti, quello Tom Mortier vs Belgio, arrivato alla Corte di Giustizia Europea. Tom Mortier ha saputo della morte della madre per eutanasia solo il giorno dopo. L’eutanasia era stata praticata dall’oncologo Wim Diestelmans con il consenso di tre diversi medici (nessuno dei quali aveva in cura la donna), dopo che la madre di Tom Mortier aveva fatto una donazione di 2500 all’associazione pro eutanasia dello stesso Diestelmans.

In generale, i consulenti giuridici delle Conferenze Episcopali Europee hanno sottolineato che c’è una grande confusione attorno ad alcuni concetti e pratiche che vogliono regolare il cosiddetto fine vita.

“La Chiesa – si legge nel comunicato che conclude i lavori – ribadisce che non è lecito togliere la vita ad alcuno! Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere il momento della sua morte o di quella altrui”.

I consulenti giuridici hanno sottolineato l’impossibilità di “giudicare se una vita può essere vissuta” sulla base del concetto del “diritto a morire dignitosamente”, una idea “poco chiara e diffusa”. Anche perché – aggiungono – non si può definire cosa sia una ‘buona qualità di vita’, perché questa qualità viene “troppo spesso misurata secondo i criteri dell’efficienza e di assoluta autonomia decisionale e relazionale, mentre andrebbe piuttosto configurata come “il vivere dentro una rete di relazioni virtuose”.

È un problema della “cultura occidentale” – hanno notato i consulenti giuridici – perché questa è “fortemente segnata dall’individualismo scambiato per libertà, senza riconoscere che porta irrimediabilmente ad una solitudine tragica e disperata”. È l’ordine mondiale senza Dio, di cui ha parlato spesso il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee.

Importante è “mettere a fuoco i limiti del diritto e quelli della libertà del singolo”, e c’è bisogno di medicina e tutela giuridica che devono corrispondere al vero bene della persona. La proposta della Chiesa è “l’accompagnamento della persona dall’inizio, cioè dal concepimento, alla fine naturale della vita”.

Questione migrazioni. I consulenti giuridici hanno notato che l’Unione Europea non ha “una politica comune di migrazione e di asilo”, e questo permette agli Stati di decidere come preferiscono, senza un criterio univoco, cosa che crea una “instabilità politica e sociali”. Per questo, i consulenti giuridici delle Conferenze Episcopali Europee sottolineano che le questioni migratorie e di asilo non vanno solo incluse nelle politiche sociali, ma anche nelle politiche del lavoro e la famiglia.

Cosa fa la Chiesa per le migrazioni? I lavori hanno messo in luce come in tutti i Paesi europei, la Chiesa è “grandemente coinvolta” nella gestione del fenomeno migratorio, in vari campi: nell’emergenza, ma anche nel lavoro di advocacy.

Andando più sul tecnico, i consulenti giuridici hanno anche analizzato la Convenzione di Istanbul, e hanno evidenziato che il linguaggio della convenzione è ideologico, sebbene la convenzione riconosca la gravità del fenomeno della violenza domestica.

 

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