CEI, un canale umanitario per aiutare le famiglie della Giordania

Un gruppo di rifugiati in un campo profughi in Giordania
Foto: Wikimedia Commons
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Un canale umanitario per i profughi in Giordania. Lo ha aperto la Conferenza Episcopale Italiana, che – grazie ad un accordo firmato con il governo – farà arrivare in Italia a partire dal prossimo 7 marzo un gruppo di 41 persone, per un totale di sette famiglie. Molte di queste persone hanno gravi problemi di salute. Sono tutti cittadini siriani.

Secondo i dati dell’UNRWA (l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite) ci sono in Giordania 2.097.338 rifugiati registrati in Giordania, distribuiti in 10 campi. I loro figli frequentano 173 scuole a loro dedicate (per un totale di 116.953 alunni) e 2 centri di formazione professionale e tecnica. Si contano anche 23 centri sanitari di base, che contano quasi 1 milione e 800 mila visite mediche annuali. Tuttavia, le loro condizioni di salute sono complicate, e le cure non sono sempre di livello adeguato per rispondere alle emergenze sanitarie più gravi.

Per questo, la Conferenza Episcopale Italiana ha aperto il canale umanitario, lavorando in sinergia con Caritas Italiana, UNHCR (l’agenzia ONU per i rifugiati) e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, di cui la Santa Sede è stato membro. Il lavoro di diplomazia è stato portato avanti dalla nunziatura apostolica di Giordania e dall’ambasciata italiana ad Amman.

Le prime due famiglie arriveranno il prossimo 7 marzo all’aeroporto di Bari, e saranno curati nella Fondazione centri di riabilitazione di Padre Pio e all’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, che è di proprietà della Santa Sede. L’accoglienza sarà garantita dal progetto Caritas “Protetto. Rifugiato a casa mia”. Lanciato nel 2015, come “opera di misericordia” del Giubileo della misericordia, il progetto coinvolge famiglie che mettono a disposizione posti letto nelle loro case, aiutando così anche all’integrazione delle famiglie nella comunità cristiana.

La situazione dei profughi siriani in Giordania è comunque drammatica, così come quella di yemeniti e iracheni. La Giordania ha ricevuto un terzo della sua popolazione in profughi, e questo rende ancora più difficile la possibilità per i rifugiati di muoversi dai loro campi.

Per questo motivo nel Paese è stato avviato il più ampio programma di reinsediamento a livello globale degli ultimi due anni che ha permesso ad oltre 56mila persone di raggiungere Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e l’Italia.

Papa Francesco ha dedicato ai rifugiati grande attenzione del suo pontificato. C’è un dipartimento sulle migrazioni nel neonato Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale, sotto le dirette dipendenze del Papa. Francesco ha anche favorito l’utilizzo dei corridoi umanitari per trasportare i profughi facendo del suo stesso aereo di ritorno dalla visita a Lesbo un corridoio umanitario.

In questi giorni, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, segretario delegato del dicastero, è in un viaggio in Medioriente insieme al Cardinal Roger Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles e un piccolo gruppo di persone. Lo scorso 27 febbraio, il gruppo ha potuto visitare i campi profughi, in particolare quelli che hanno accolto rifugiati iracheni dalla città dalla piana di Ninive, in particolare provenienti dalla piana di Mosul e Qaraqosh.

I rifugiati sono accolti a centinaia nel centro “Nostra Signora della Pace”, e hanno potuto vedere il lavoro fatto nel sito “Giardino di speranza”, donato da Papa Francesco e gestito da Caritas Giordania. Il progetto è iniziato ad ottobre 2016 e coinvolge falegnami, ingegneri, sarte e fattori nella produzione di lavori di legno, borse, sapone e olio d’oliva. Una produzione che aiuta i rifugiati a sostenersi economicamente.

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