Cento anni fa, le Opere Missionarie diventarono “pontificie”

Esattamente cento anni dopo la fondazione dell’Opera della Propagazione della Fede, Pio XI rende pontificie le Opere missionarie. Un doppio anniversario di grande significato

Una missione in Mongolia
Foto: Propaganda Fide
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Il duecentesimo anniversario della fondazione dell’Opera della Propagazione della Fede ad opera di Pauline Jaricot coincide con il centesimo anniversario della decisione di Papa Pio XI di rendere le opere missionarie “pontificie”, fino a inglobarle nella Congregazione della Evangelizzazione dei popoli, dove sono tuttora. Una decisione, quella di Pio XI, che testimonia come la “romanità” abbia carattere di universalità, perché con quella decisione le opere missionarie perdevano carattere nazionale ed entravano ancora di più a servizio della Chiesa universale.

Sono, insomma, due anniversari cruciali, che cadono proprio nell’anno in cui Pauline Jaricot verrà beatificata, il prossimo 22 maggio a Lione. Anche la sua storia merita di essere raccontata, perché testimonia come le Opere Missionarie nascono dal basso, dal carisma dei laici, portando avanti una idea di missione popolare efficace e straordinaria.

Ma andiamo con ordine. Attualmente, le Pontificie Opere Missionarie sono quattro, tutte fondate nel XIX secolo: la Pontificia Opera dell’Infanzia missionaria. fondata nel 1843 in Francia da monsignor Forbin-Janson; la Pontificia Opera della Propagazione della Fede, fondata appunto da Pauline Jaricot; l’opera missionaria di San Pietro Apostolo, nata nel 1889, su ispirazione del vescovo Cousin di Nagasaki, per la formazione dei sacerdoti, e messa in pratica da Stefanie e Jeanne Bigard; e infine la Pontificia Unione Missionaria, che è una associazione di clero, religiosi e laici, per suscitare nella Chiesa la passione per la missione.

Le opere avevano avuto subito una vasta eco internazionale, ed erano sorte un po’ ovunque nel mondo. Poi, era scoppiata la Prima Guerra Mondiale, e subito dopo era diventato difficile far “parlare” tra loro le agenzie che si trovavano in Paesi che erano stati belligeranti. Pio XI risolse il problema con il motu proprio “Romanorum Pontificum”. In pratica, portando la sede centrale a Roma, le sedi nazionali potevano lavorare indipendentemente, senza legami nazionali se non quelli con la Santa Sede e dunque evitando i conflitti che potevano venire quando a parlarsi erano i rappresentanti di due Paesi precedentemente in guerra.

È un segno di come la romanità sia garanzia di globalità, e non centralizzazione, come si pensa spesso. E, in fondo, la filosofia di Pauline Jaricot era qualcosa di più simile ad un passa parola, ad una unione dal basso, che ad una opera delle dimensioni mastodontiche.

“Lo spirito – spiega l’arcivescovo Pietro Dal Toso, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e presidente delle Pontificie Opere Missionarie – era semplice e geniale allo stesso tempo: mettere insieme dieci persone che pregano e che danno piccole offerte, le quali avrebbero messo insieme altre dieci persone, fino a formare una grande catena di evangelizzazione”.

Ed è lo spirito che caratterizza anche oggi l’opera missionaria della Chiesa, da non confondere con il proselitismo, ma piuttosto dall’evangelizzazione portata avanti assumendosi una responsabilità personale, senza imposizioni, ma senza tacere l’annuncio del Vangelo.

Pauline Jaricot (1799 – 1862) era però morta in povertà e quasi dimenticata, come tutti i precursori dei tempi. Eppure, Gregorio XVI, nel 1845, le concesse di precederlo in una processione, a testimoniare il grande rispetto che aveva per la sua opera. Una opera che aveva il senso di “coinvolgere i vicini per evangelizzare i vicini”, dice l’arcivescovo Dal Toso.

È un sicuro successo, tanto che l’Opera, già tre anni dopo la sua fondazione, è messa sotto la protezione del re di Francia, nel 1828 si forma in Inghilterra, nel 1834 ad Aquisgrana in Germania, nel 1838 viene fondata in Baviera proprio dal re di Baviera.

Una espansione inarrestabile, nata in una Lione dal grande fervore religioso.

Jaricot ha un rapporto speciale con il Curato d’Ars, ma è vicina anche agli operai, prende anche le loro difese quando questi, negli anni Trenta del XIX secolo, si rivoltano contro gli industriali, e addirittura arriva a concepire il progetto di una fabbrica ideale, fatta proprio per evangelizzare il mondo operaio, che in realtà si stava staccando dalla Chiesa.

Un progetto che fu la sua rovina, perché non solo si indebitò, ma prese prestiti, e quando il progetto fallì non ottenne nemmeno l’aiuto della Opera da lei fondata, e passò il tempo a cercare di ripagare i debiti.

Ma resta lo straordinario spirito missionario di questa donna che aveva iniziato a diffondere il Vangelo da quando era una ragazzina. Ed è una filosofia che è anche quella della Congregazione dell’Evangelizzazione dei popoli, che si fonda con la responsabilità dei vescovi locali ma lascia sempre ai vescovi locali la gestione della diocesi.

Tutte le Chiese locali ricevono dal fondo universale delle Pontificie Opere missionarie, e tutte le Chiese locali contribuiscono. Quando una Chiesa povera usufruisce del fondo missionario può autosostenersi, lascia che la sua quota sia ripartita ad altre Chiese che ancora non possono. È una chiamata alla corresponsabilità, che è proprio nello spirito delle opere missionarie.

Per questo, i numeri non sono abbastanza. Anche se dicono qualcosa. Vengono sostenuti 745 seminari e 1052 noviziati, ad esempio.

In vista della beatificazione di Pauline Jaricot, dunque, gli anniversari che ne ricordano sia l’opera che la sua definizione di pontificia sono indicativi per comprendere molto dello spirito missionario di oggi.

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