Diocesi missionarie, la lettera di Propaganda Fide dopo la crisi da COVID 19

La Colletta della Giornata Mondiale Missionaria si prevede meno cospicua del solito. La chiamata alla corresponsabilità per le diocesi missionarie

Alcuni dei beneficiari del lavoro delle Pontificie Opere Missionarie
Foto: www.ppomm.va
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Non un taglio di fondi, ma una chiamata alla “corresponsabilità”. La Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ha inviato, all’inizio dell’anno, una lettera alle circa 1100 amministrazioni sotto la sua giurisdizione, chiedendo se potessero rinunciare, del tutto o in parte, al supporto finanziario che ricevono ogni anno dalle Pontificie Opere Missionarie. E questo in previsione del fatto che la colletta della Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra ogni anno la penultima domenica di ottobre, non sarebbe stata cospicua come gli altri anni.

Di cosa si tratta esattamente? La colletta della Giornata Missionaria Mondiale è dedicata alle missioni di tutto il mondo, e va a finanziare il “Fondo Universale di Solidarietà” delle Pontificie Opere Missionarie. È un fondo indipendente dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che ha il suo budget e le sue attività, e che viene destinato direttamente alle diocesi missionarie, distribuito in aiuti pastorali di vario genere, incluso un contributo per i vescovi emeriti. Nelle terre di missione, infatti, non c’è un vero e proprio sostentamento del clero, che deve mantenersi con le offerte dei fedeli. Lo scorso anno, questo fondo ha raccolto circa 120 milioni di dollari.

L’aiuto annuale non è di altissima entità (si parte da 20 mila dollari l’anno), ma permette alle diocesi in terra di missione di poter sostenere alcuni progetti. Viene ripartito proporzionalmente, con criteri che vanno dal potere della valuta locale alla povertà, passando anche per l’anzianità storica della diocesi – perché più la diocesi si sviluppa, più diventa auto-sostenibile. Ovviamente, se la raccolta diminuisce, diminuisce anche il denaro che può essere distribuito. Da qui, la lettera di Propaganda Fide, che intende chiamare tutte le diocesi alla corresponsabilità: quelle che hanno una maggiore autonomia monetaria possono rinunciare al contributo che spetta loro, cosicché ci sia più denaro per le diocesi che hanno davvero bisogno.

Lo spiega ad ACI Stampa l’arcivescovo Giampietro Dal Toso, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e presidente delle Pontificie Opere Missionarie. “La lettera non intende in nessun modo tagliare il supporto che diamo alle diocesi missionarie. Chiediamo, piuttosto distribuire meglio il denaro”.

Ci sono due tipi di supporto finanziario definiti dal Fondo Universale di Solidarietà delle Pontificie Opere Missionarie: il supporto ordinario, che include anche bisogni urgenti e non procrastinabili (per esempio, il pagamento delle spese mediche di un sacerdote); e il supporto straordinario, che finanzia dei progetti specifici. Ogni vescovo può chiedere supporto straordinario per un massimo di quattro progetti.

L’arcivescovo Dal Toso ci tiene a sottolineare che le Pontificie Opere Missionarie supportano unicamente progetti pastorali. E sono progetti particolarmente importanti per il futuro della Chiesa”.

Quali sono le diocesi che ricevono la quota del Fondo Universale di Solidarietà? Sono tutte le diocesi sotto l’amministrazione della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Secondo dati del 2016, la congregazione ha giurisdizione su 186 arcidiocesi, 785 diocesi, 82 vicariati apostolici, 39 prefetture apostoliche, 4 amministrazioni apostoliche, 6 missioni sui iuris, una abbazia territoriale e 6 ordinariati militari.

Gli aiuti sono distribuiti da tre delle quattro Pontificie Opere Missionarie: l’Opera per la Propagazione della Fede, la Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria, la Pontificia Opera San Pietro Apostolo.

Nel 2019 – ha spiegato l’arcivescovo Dal Toso – le Pontificie Opere missionarie hanno distribuito una cifra tra i 120 e i 130 milioni di dollari, e circa 60 milioni di dollari sono utilizzati per il supporto ordinario. Non ci sono ancora dati né previsioni riguardo la colletta del 2020, ma che ci si aspetta sia inferiore a quella del 2019, considerando le conseguenze economiche della pandemia.

Gli ultimi dati online si riferiscono al 2018. In quell’anno, si raccolsero 137.460.388 dollari. Di questi, quasi 77 milioni furono distribuiti in Africa, poco più di 5 milioni in America, 38,1 milioni all’Asia, 3,2 milioni all’Oceania e 446.720 in Europa. Si parla sempre di dollari USA, per essere chiari.

Il fondo viene anche finanziato con un contributo finanziario della Congregazione per le Chiese Orientali, della Pontificia Commissione per l’America Latina, dei Collegi Missionari Internazionali di Roma e altre donazioni.

Il contributo finanziario annuale di ogni diocesi varia da 20 mila dollari USA l’anno a molto di più. L’arcivescovo Dal Toso ha spiegato che i numeri non sembrano essere grandi, eppure sono cruciali per la sopravvivenza delle diocesi. In particolare, ha sottolineato che “attraverso la Pontificia Opera San Pietro Apostolo, possiamo distribuire una media di 460 dollari al mese ad ogni seminario in terra di missione”. E poi, le Pontificie Opere Missionarie sostengono “tre collegi a Roma, uno per religiose e due per sacerdoti. Questo supporto ha un enorme impatto sulle terre di missione, dato che questi sacerdoti e religiose torneranno nei loro Paese e potranno insegnare e creare una nuova generazione con consapevolezze e istruzione diverse”.

Alla fine, ha rimarcato l’arcivescovo Dal Toso, il fondo riguarda soprattutto la necessità di “garantire alle Chiese missionarie gli strumenti per crescere”.

La lettera inviata dalla Congregazione, alla fine, non è una richiesta di taglio di fondi, ma soprattutto una richiesta di disponibilità. Le diocesi possono rispondere che possono rinunciare ai fondi, che possono rinunciarvi parzialmente o che non possono rinunciare per niente. Non è, tra l’altro, una richiesta nuova. Già nel 2015, la Congregazione aveva inviato una lettera simile, e 30 vescovi avevano dichiarato la loro disponibilità a rinunciare al supporto finanziario.

E questo – conclude l’arcivescovo Dal Toso – è “un buon segno: significa che la diocesi è cresciuta e ha adesso delle sue risorse”.

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