Che cos'è un incontro formativo pastorale? Come lo si fa?

Un colloquio con Gigi Cotichella al Salone del Libro di Torino

Gigi Cotichella in un incontro di formazione
Foto: FB
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Che cos'è un incontro formativo? Come lo si fa? E come lo si conduce? Ma soprattutto, come sappiamo se è andato bene? Le risposte si possono trovare nel libro ‘Il manuale dell’imperfetto. Incontro formativo. Crearlo. Condurlo. Valutarlo’ di Gigi Cotichella, formatore poliedrico e interattivo che lavora con aziende, comunità, scuole, parrocchie, enti no profit, genitori. Un manuale e un percorso per riflettere sul ‘fare formazione’, dove si possono trovare anche 93 tecniche per iniziare a lavorare subito, spiegando spiega come creare, condurre e valutare un incontro formativo, presentato al Salone del Libro di Torino. 

Gigi Cotichella è autore, attore, animatore, teologo; ha ‘costruito’ e condotto grandi eventi fino a 500.000 persone, come quello della Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 a Roma; inoltre si è esibito davanti a papa san Giovanni Paolo II, a papa Benedetto XVI ed a papa Francesco; ha scritto, oltre a libri per ragazzi, anche canzoni d’animazione, che hanno superato 1.000.000 di visualizzazioni e hanno fatto il giro del mondo arrivando anche in Cina.

Perché un ‘Manuale dell’imperfetto’?

“Molti pensano che sia un elogio all’imperfezione. In realtà si riferisce al tempo imperfetto, che è quel tempo di un’azione nel passato che non si è conclusa, che ha ancora effetti nel presente. Quando si fa un incontro formativo, c’è sempre qualcosa che… andava fatto prima. Il libro si concentra proprio su questo, che non solo preparare le slide di un incontro, ma prepararsi personalmente, preparare la relazione, preparare la comunicazione”. 

Quanto è importante il linguaggio nella conduzione di un incontro?

“E’ fondamentale, non è solo una questione di efficacia. Il linguaggio fa parte della comunicazione, e comunicare è il verbo della comunione, del costruire relazioni. Quando litighiamo cambiamo comunicazione, quando qualcuno cambia comunicazione con noi, chiediamo se va tutto bene. Non si tratta semplicemente di dire che il ‘come si dice’ è più importante del ‘cosa si dice’. La questione è più profonda, perché in verità, il ‘come si dice’ è già il ‘cosa si dice’. Puoi spiegare la calma, urlando? No. Quindi in base a quello che vuoi dire, il tuo linguaggio si adatta”.

Come narrare nell’era del digitale?

“Servono tre caratteristiche: sintesi, connessioni, umiltà. La sintesi perché oggi il primo approccio è sul veloce, immediato. In un mondo iperconnesso poi, dobbiamo saper far connessioni alla vita di tutti giorni, a mondi simbolici, a situazioni storiche. Questi due elementi ci obbligano a saperne di più. Perché solo chi sa, sa sintetizzare e sa connettere. Infine, oggi dobbiamo accettare di dover conquistare le persone a cui vogliamo parlare: il digitale ha dato il potere di cambiare canale, ognuno sceglie che cosa vuole. L’umiltà ci obbliga a essere molto più autorevoli che autoritari”.  

Come rendere coinvolgente l’animazione pastorale?

“La pastorale è l’agire della Chiesa. L’animazione è una metodologia che vuole dare vita alle persone. Perciò un’animazione pastorale non può che essere coinvolgente, altrimenti semplicemente non è animazione. Si tratta quindi di rivedere il nostro agire che è decisamente stanco, non dell’incontro, non delle relazioni che viviamo. E’ stanco di certe strutture. Credo che dovremmo rivedere gli obiettivi, convincerci come adulti che possiamo fare la differenza per i giovani e per i ragazzi. E poi ogni tanto, anche giocare insieme, per stare bene e per riscoprire come si fanno le cose seriamente, ma non barbosamente”. 

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