Chiese dismesse che diventano ristoranti, qual è il senso del "genius loci"?

Un esempio di "riutilizzo" a Maastricht
Foto: AA
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La questione centrale è una: le chiese in disuso meglio abbatterle o si possono convertire in altro? Insomma il “genius loci” esiste o no?

Il tema è stato al centro del Convegno internazionale “Dio non abita più qui?” che si è svolto alla Università Gregoriana e nato da una collaborazione del Pontificio Consiglio della Cultura, della Conferenza Episcopale Italiana ,Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto.

Due giornate di interventi e di dibattito con molti esempi presentati ai moltissimi partecipanti tar cui molti  vescovi dai quali si attendono ora delle linee guide per affrontare la questione del riuso.

Soprattutto in Occidente la cosa è molto sentita. Le grandi chiese trasformate in librerie, bar, alberghi oltre che in sale concerti e teatri sono una realtà sotto gli occhi di tutti, mentre magari tante periferie non hanno un luogo per celebrare la messa e hanno ancora le chiese nei garage. Che fare?

Molti gli aspetti sociologici e religiosi e anche culturali affrontati e tutti molto comuni nel sentire dei fedeli che però sono sempre in minor numero in Occidente. Ma c’è che un aspetto legale

Paweł Malecha, del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e docente alla Pontificia Università Gregoriana, ha spiegato che “la prospettiva del diritto canonico è limitata alla riduzione di una chiesa ad uso profano; una volta che una chiesa è alienata dal controllo ecclesiastico, non è più soggetta al diritto canonico”. L’orientamento della legge canonica, chiarisce, è mantenere il possesso e ridurre un edificio ad uso profano “non sordido”, ossia non contrario alla moralità pubblica ma che corrisponda alla dignità di immobili un tempo chiese, “solo eccezionalmente e solo per gravi motivi”. Utilizzare un edificio di culto dismesso come “officina, ristorante, pub o night club, centro estetico, locale commerciale o abitazione civile”, per il canonista non è un uso “compatibile” di una ex chiesa che  può essere  usata invece come sede per biblioteche, archivi, musei e attività artistiche. Il probabile futuro utilizzo di una chiesa dismessa, conclude, è “questione di diritto civile, quindi è importante mantenere buoni rapporti con le autorità civili”.

Sul piano pastorale interessanti i vari esempi concreti presentati da alcune diocesi, due italiane.

Altro tema interessante quello dell’uso degli oggetti liturgici delle chiese dismesse, ne ha parlato Maud de Beauchesne-Cassanet, responsabile Dipartimento arte sacra della Conferenza episcopale francese. La legge francese sulla dismissione del patrimonio ecclesiastico, 255 chiese dismesse o vendute in Francia dal 1905, e si concentra sugli oggetti mobili, soggetti al diritto civile, canonico e patrimoniale. E spiega: “Un’attenta pianificazione da parte di un gruppo di operatori competenti sotto la supervisione del vescovo dovrebbe predisporre un piano d’azione che possa includere distruzione, vendita, classificazione legale per scopi patrimoniali e trasferimento”. Tra gli oggetti contenuti in una chiesa vi possono essere reliquie “che non possono essere vendute”. In generale, la procedura da seguire include la compilazione di un inventario completo e il discernimento sulla qualità degli oggetti che porta alla loro distruzione o al loro trasferimento ad altre chiese vicine, a un museo o a chiese più povere di altri continenti. “Prima che gli oggetti vengano rimossi spesso si celebra un’Eucaristia finale”.

Le linee guida proposte dai delegati nazionali delle conferenze episcopali, sono un testo dal titolo La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida, composto da cinque capitoli e da  raccomandazioni finali, che sarà reso pubblico nelle prossime settimane dal Pontificio Consiglio della Cultura.

Resta una questione di fondo da affrontare: il patrimonio ecclesiale come va gestito e da chi?

 

 

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