Cina, un altro lutto nell'episcopato. E intanto continua il dialogo

Una celebrazione cattolica in Cina
Foto: Pixabay
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C’erano oltre 20 mila persone ai suoi funerali, avvenuti il 2 agosto, e la morte è avvenuta lo scorso 2 agosto. La Sala Stampa della Santa Sede ha però informato solo oggi, con una nota fuori bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, della morte di Vincenzo Huang Shoucheng, vescovo diocesano di Xiapu, nella regione di Fujan.

Non è un caso. Si tratta della consueta prudenza che ha la Santa Sede nel trattare i casi di lutto nell’episcopato cinese. Specialmente oggi, momento in cui i negoziati con la Cina vanno avanti, e resta sempre viva la speranza di un viaggio del Papa a Pechino. E specialmente se muoiono personalità come il vescovo Huang, che aveva passato 35 dei suoi oltre 60 anni di sacerdozio tra prigionia, lavori forzati e arresti domiciliari. Era vescovo di una diocesi formata quasi nella totalità dalla cosiddetta “Chiesa sotterranea”, la gerarchia cinese non riconosciuta dal governo.

In generale, si dice che in Cina ci siano una Chiesa sotterranea e una Chiesa ufficiale. Ma in realtà, non ci sono due Chiese in Cina, come ha specificato tempo fa l’arcivescovo Claudio Maria Celli, che del dialogo Cina-Vaticano è stato uno dei protagonisti. Insomma, c’è una sola Chiesa, con una comunità ufficiale e una clandestina. Quella clandestina è la maggioranza nella diocesi guidata dall’arcivescovo Huang, e contano 45 sacerdoti, più di 200 suore e 300 laiche consacrate.

Tutti, però - sia dalla Chiesa ufficiale che dalla Chiesa "clandestina" - hanno riconosciuto la grandezza di Huang. Il quale, proprio in virtù della forza esercitata dalla comunità cattolica nella sua diocesi, ha potuto anche ordinare Vincenzo Guo Xijin, suo coadiutore, approvato da Benedetto XVI, che gli succede nell’amministrazione della diocesi.

Aggravatosi lo scorso 15 maggio e portato in ospedale, l’arcivescovo Huang è poi stato riportato a casa, dove aveva chiesto di morire: così è successo. Nato nel 1923 da una famiglia di tradizione cattolica, sacerdote dal 1949 ,vescovo dal 1985 dalle mani di S.E. Mons. Paolo Liu Shuhe, Vescovo di Yixian, per l’ufficio di Coadiutore di S.E. Mons. Xie Shiguang, Vescovo di Xiapu: dopo la morte di Mons. Xie, il 20 agosto 2005, gli è succeduto per coadiutoria, divenendo Ordinario di Xiapu (Funing).

Intanto, sempre sul fronte cinese, da registrare un lungo articolo dal Cardinale John Tong Hon, arcivescovo di Hong Kong, che ha rivelato che il Vaticano e la Cina hanno raggiunto un primo accordo sulle nomine episcopali di vescovi cattolici in Cina.

L’articolo vuole precisare che i dialoghi tra il Vaticano e Pechino non vogliono dimenticare la Chiesa non ufficiale, né i vescovi in prigione, né il potere del Papa di nominare i vescovi, e che non si presentano come un compromesso sulla libertà religiosa. Il Cardinale Hon ci tiene anche a sottolineare che la lettera che Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007 è ancora valida, e che i colloqui servono appunto a garantire la libertà ai cattolici in Cina, dove tra l’altro proseguono a volte a livello locale episodi di violazione della libertà religiosa.

A cambiare, in qualche modo, è stato lo scenario, perché la Cina ha tutto l’interesse di avvicinarsi al Vaticano come parte di quella politica di apertura che ha messo in campo Xi Jinping.

Un primo iniziale accordo sulla nomina dei vescovi è quello che il Papa potrebbe scegliere da una lista di candidati raccomandati da una conferenza composta da vescovi della Chiesa ufficiale e della Chiesa clandestina. La conferenza avrebbe solo il potere di dare suggerimenti, mentre il Papa avrebbe sempre l’ultima parola – un po’ come accade con le proposte dei nunzi sui candidati all’episcopato.

“La Sede Apostolica – ha scritto il Cardinale Hon – ha il diritto di scegliere nella lista raccomandata i candidati che considera più adeguati e ha il diritto di rifiutare i candidati raccomandati da una conferenza di vescovi della Cina e dei vescovi nelle province sotto cui l’amministrazione ricade”.

Il Cardinale Hon ha parlato di un “modello Vietnamita”, ovvero il fatto che le nomine dei vescovi possono essere scelte in maniera flessibile, a seconda delle situazioni locali. Di certo, è più complicato parlare di un modello Vietnam dal punto di vista diplomatico, perché né è in atto quel dialogo bilaterale che la Santa Sede da anni intrattiene con il Vietnam, né le condizioni sono vicine. Di certo, per ora la nunziatura di Cina, che ha sede a Taipei, è ancora senza un ufficiale di alto rango, segnale che forse la Santa Sede punti persino ad una rappresentanza fissa a Pechino, magari con la nomina di un attaché culturale.

La Santa Sede non ha relazioni con la Cina dal 1951, ovvero da due anni dopo che i Comunisti hanno avuto il potere, e il conflitto tra Cina e Santa Sede ha riguardato sempre la nomina dei vescovi – una nomina che le autorità di Pechino avocavano a sé.

Il Cardinale Tong ha sottolineato che il dialogo tra la Santa Sede e Pechino “è un esempio di dialogo umano, l’inizio della normalizzazione di una relazione mutua”.

C’è stato un incontro del gruppo di lavoro Cina-Vaticano lo scorso aprile. Di certo, l’approccio non trova tutti d’accordo. Molto critico è stato il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, che ha affermato come un accordo con Pechino sarebbe “lasciare il potere della Chiesa ad un regime ateo”.

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