Cinquanta scatti per raccontare il coronavirus in ospedale, il racconto di un fotografo

Caludio Colotti è stato nell' Ospedale Torrette di Ancona per dare volto alla sofferenza e all'impegno

Alcuni scatti di Claudio Colotti all' Ospedale Torrette di Ancona
Foto: Claudio Colotti
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Si chiama ‘Covid-19, empatia e dialogo come cura’ l’ultimo lavoro di Claudio Colotti, il fotoreporter maceratese, che dal 20 al 26 aprile è entrato nell’ospedale di Torrette di Ancona, capoluogo marchigiano, raccontando con i suoi 50 scatti quello che stava accadendo nei reparti dedicati a pazienti positivi al coronavirus in un lavoro d’impatto, come ha spiegato il fotoreporter: “Mi sono reso conto che nonostante tutti i sistemi di protezione usati, infermieri, dottori e fisioterapisti riescono comunque a stabilire un contatto con i pazienti, pure di tipo fisico, fatto spesso di gesti importanti. Come una carezza. Nonostante guanti, mascherine, occhiali a tenuta stagna, visiere in plexiglas, il coinvolgimento emotivo non è venuto meno. Non ci sono appigli per vedere l’altro, la comunicazione tra paziente e operatore è difficoltosa. Ma si è vicini con questi gesti”.

Come ci si sente a fotografare in un reparto covid 19?

“All’inizio è imbarazzante e doloroso. Noi fotogiornalisti abbiamo il dovere morale di giustificare la nostra presenza in un luogo dove la sofferenza può toccare punti apicali. Normalmente lo facciamo offrendo la nostra identità e le nostre intenzioni in maniera chiara, a viso scoperto. Avvicinando le persone e facendo sentir loro la nostra comunione emotiva al dramma che stanno vivendo. Con il COVID far questo è stata un’impresa titanica. Sparire dentro un’anonima tuta di protezione è stato come se mi fossi ritrovato senza la mia identità. Realizzare che infermieri e pazienti non avrebbero mai potuto vedere il mio viso e quindi le mie emozioni mi ha lasciato da subito addosso una sensazione di disagio. Mi ci è voluto del tempo per capire che in una situazione estrema come quella i nostri recettori sono spalancati al punto che i sentimenti attraversano anche la plastica ed il nylon”.

Quale impatto c’è stato ad entrare in un reparto covid 19?

“Nelle prime ore ho avuto una sensazione di e alienazione, quasi come se mi stessi muovendo in assenza di gravità. I sistemi di protezione integrale attutiscono tutti i sensi compresi la vista e l’udito. All’interno di questa cornice si è innestata la paura strisciante del possibile contagio che non mi ha mai abbandonato. Gli occhiali di protezione oltre ad appannarsi limitavano il mio campo visivo e da subito ho provato lo shock di dover gestire in maniera del tutto innaturale la mia spazialità. Per paura di poter essere d’intralcio a dottori e infermieri ho iniziato calcolare ogni singolo spostamento. E in tutto questo io dovevo comunque trovare la concentrazione per scattare”.

Relazione e dialogo sono la base della fotografia: come narrare questi momenti?

“Ho cercato di raccontare l’emergenza COVID19 puntando la fotocamera su tutti quei gesti attraverso i quali medici, infermieri e fisioterapisti sono riusciti a costruire concrete relazione di empatia e dialogo con i pazienti. Il virus oltre a minare gravemente la salute dei contagiati ne ha reciso di colpo tutte le reti affettive e relazionali, gettando i malati in una specie di freddo limbo esistenziale. Quelle corsie popolate solo da tute bianche senza volto sarebbero state un inferno distopico se le operatrici e gli operatori sanitari si fossero limitati alla sola somministrazione dei farmaci. La paura del virus poteva suggerir loro di mantenere le distanze. Invece ho fotografato donne e uomini disposti a stringere le mani di quei pazienti, abbracciandoli e accarezzando i loro volti provati dalla malattia. Tra le mura di Torrette la cura è passata anche attraverso il calore umano”.

Quale sfida comporta questo virus per la fotografia sociale, che ha bisogno di contatto?

“Raccontare le marginalità non è stato mai facile, tuttavia con il COVID le cose si complicano ulteriormente. Per noi fotografi ritornare sulla strada sarà un banco di prova importante. Occorrerà fare in modo che il prolungato distanziamento fisico imposto dal virus non si trasformi in isolamento sociale e psicologico. Siamo e dobbiamo rimanere dei pontieri, il nostro primo sforzo sarà quello trovare una prossimità con l’altro entro la quale trasmettere chiaramente il sentimento di accoglienza anche attraverso la barriera delle mascherine e dei guanti in lattice. E’ una sfida importante, in parte dovremmo prendere come esempio quegli infermieri e medici che attraverso il dialogo e l’empatia hanno saputo restituire calore e affetto ai pazienti nonostante i necessari sistemi di protezione”.

Ci puoi raccontare qualche suggestione provata nello scattare la fotografia?

“La più bella sensazione all’interno dei reparti COVID è stata quella di sentirmi accettato sia dagli operatori sanitari che dai pazienti. Avrebbero potuto allontanarmi, rifiutare di essere fotografati nel momento più doloroso della loro vita, sarebbe stato più che legittimo, invece hanno sempre mostrato comprensione e dolcezza nei miei confronti. La stessa comprensione e dolcezza con le quali ho cercato di costruire relazioni umane e fotografiche con ciascuno di loro. Non li dimenticherò mai”.

Eppoi ci sono fisioterapisti e fisioterapiste: “Si occupano di chi è in terapia intensiva, privo di sensi, muovendo gli arti di chi è in cura. Lo fanno con delicatezza, spesso sembra davvero un atto d’amore. A molti medici o infermieri ho chiesto se si sentissero degli eroi, e tanti rigettavano questo termine. Ognuno, ragionavano, deve fare il proprio dovere. La loro dedizione è la stessa prima, durante e post coronavirus”.

 

 

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