Codice di Diritto Canonico Orientale. Quale la sua importanza?

L'arcivescovo Cyril Vasil, segretario della Congregazione delle Chiese Orientali, durante una conferenza in Sala Stampa vaticana
Foto: CNA Archive
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Non solo questioni teologiche e giuridiche, ma anche questioni ecumeniche si intrecciano nell’interpretazione del Codice di Diritto Canonico Orientale. Si comprende da una conferenza di tre giorni al Pontificio Istituto Orientale, organizzato nell’ambito dei festeggiamenti del centenario dell’Istituto. E lo si comprende ancora meglio parlando con l’arcivescovo Cyril Vasil, segretario della Congregazione della Chiese Orientali, che nel suo intervento ha parlato della differenza tra Patriarcati e Arcivescovati maggiori.

Eccellenza, come si è creata la differenza tra Patriarcati e Arcivescovati maggiori?

I Patriarcati sono nati nel primo millennio nell’ambito della Chiesa indivisa  come “raggruppamenti di Chiese – si legge nella Pastores Gregis di Giovanni Paolo II - che nel succedersi del tempo si sono organicamente costituiti”. Questi hanno disciplina e usi liturgici proprio, così come un comune patrimonio teologico e spirituale, pur conservando l’unità della fede e dell’unica costituzione della Chiesa universale. Sono simili gli arcivescovati maggiori, che però nascono nei tempi recenti già all’interno della Chiesa cattolica, ma che mantengono la stessa uniformità di usi e costumi.

In che modo le questioni geopolitiche colpiscono l’organizzazione territoriale della Chiese in Oriente, sia in comunione che non in comunione con Roma?

Le faccio un esempio. Nel corso dei lavori preparatori al Concilio Vaticano II, si ipotizzava che le Chiese romena, ucraina, etiopica e malabarese potessero essere candidate al rango di patriarcati.  Di seguito poi,  le Chiese ucraina, malabarese e romena erano  state promosse al rango di Chiese arcivescovili maggiori. E tra queste Chiese, quella che più di tutte ha perorato questo titolo patriarcale per sé era la Chiesa Greco-Cattolica ucraina. Ma per la Chiesa ucraina c’erano, oggi come allora, delle questioni ecumeniche ad impedire tale passo. E così I papi nel corso dell’ultimo mezzo secolo, a partire da Paolo VI hanno sostanzialmente riconosciuto la motivazione di tali richieste, ma con un certo rammarico si sono sentiti obbligati a rifiutare di fare tale passo amministrativo, per non danneggiare il cammino ecumenico intrapreso con il mondo ortodosso, in particolare con il Patriarcato di Mosca, invitando la Chiesa ucraina ad una coraggiosa testimonianza di pazienza.

Come si formano le Chiese patriarcali?

Si formano a partire dal IV secolo, attraverso la consuetudine confermata e sviluppata dai canoni dei Concili ecumenici. Così, dal Concilio di Nicea viene dato prima al vescovo di Alessandria, poi al vescovo di Antiochia un potere  sovra-episcopale e sovra-metropolitano. Il Patriarcato di Gerusalemme viene eretto in seguito al Concilio di Calcedonia nel 451, con l’intenzione di valorizzare le origini apostoliche, nonché l’importanza sociale della sede. E, proprio nel Concilio di Calcedonia, si nota anche lo screzio politico. Perché la sede di Costantinopoli, nella ricerca della conferma del fatto che è  la sede dell’impero  e di fatto anche la prima sede in Oriente, arriva quasi ad una assolutizzazione politica.

Tutto questo però avviene prima dello scisma di Oriente. E cosa accade dopo?

In seguito alle divisioni dottrinali ed amministrative della Chiesa, nascono il Patriarcato armeno e quello caldeo, oggi “Chiesa Assira d’Oriente”. Questo significa che soltanto le prime quattro sedi Patriarcali, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme rientrano nella categoria dei Patriarcati “ortodossi”, cioè quelli che sono rimasti legati alla professione di fede dei primi sette concili.  Anzi, il Patriarcato di Alessandria e quello di Antiochia conosceranno ancora nel corso del primo millennio una divisione in seguito alla crisi monofisita che porta al loro sdoppiamento dando origine al Patriarcato copto (dal cui trae origine il Patriarcato etiopico ed anche quello eritreo nati nel corso del XX secolo) e siro-antiocheno.

Cosa accade dopo lo scisma?

Nel secondo millennio, dopo la tragica divisone fra Roma e Costantinopoli siamo testimoni della nascita di nuovi Patriarcati ortodossi di rito bizantino nei territori evangelizzati dal Bisanzio, cioè quello di Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, Georgia. A partire dal XVI secolo nasce il movimento unionista che dà l’inizio al ricongiungimento delle parti delle antiche chiese Patriarcali con Sede Apostolica di Roma, dando origine alla riorganizzazione delle attuali Chiese Patriarcali cattoliche, cioè quella copta, melchita, sira, maronita, caldea e armena.

Ma quali sono le caratteristiche dei Patriarcati?

Si deve prima di tutto tenere presente la dimensione sinodale del governo della chiesa Patriarcale e la retta applicazione del principio di sussidiarietà. Nel corso dei secoli - a causa delle specifiche situazioni religiose e politiche - i patriarchi talvolta sono stati costretti ad assumere il ruolo di etnarchi, cioè di rappresentanti delle rispettive comunità cristiane nei rapporti politici ed etnici. Questo ruolo ha avuto una conseguente ripercussione anche nel campo canonico e pastorale. Il Concilio Vaticano II da una parte affermava che "i patriarchi coi loro sinodi costituiscono la superiore istanza per qualsiasi pratica del Patriarcato", ma allo stesso tempo  stabiliva che devono essere ripristinati i diritti e i doveri dei patriarchi secondo le antiche tradizioni di ogni chiesa nonché i decreti dei concili ecumenici, specificando che tali  diritti e privilegi sono quelli vigenti al tempo dell'unione tra Oriente e Occidente ma che  devono essere adattati alle odierne condizioni. La nuova codificazione canonica orientale ha cercato di ristabilire un delicato equilibrio fra la fedeltà alle genuine tradizioni orientali e le differenti situazioni che esistevano tra le Chiese orientali anche riguardo alle norme disciplinari che sono state introdotte nel corso dei secoli a seguito delle varie circostanze storiche. La potestà che viene utilizzata più frequentemente nella vita della Chiesa è quella amministrativa. Questa potestà è subordinata alla potestà legislativa perché i singoli atti amministrativi suppongono l'esistenza della legge e l'applicano nei casi concreti.

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