Coronavirus, alla scuola dei Benedettini di Norcia

Nella prova impariamo la lezione che Dio vuole insegnarci, le preghiere quotidiane per superare la pandemia

La quotidiana processione dei Benedettini a Norcia per pregare per superare la pandemia
Foto: Benedettini di Norcia
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

In questo tempo di Quaresima, pandemia e quarantena abbiamo tutti molto da imparare dalla comunità monastiche di clausura. Il loro è uno stile di vita che unisce preghiera e lavoro e il “distanziamento sociale” lo hanno nella Regola. Anche l’atteggiamento nei confronti della morte dei monaci può essere di aiuto e conforto per chi soffre per la perdita di un familiare o di un amico.

I monaci benedettini di Norcia hanno inviato qualche giorno fa una lettera che inizia proprio dalla morte: “  “San Benedetto ci esorta: "Mantieni ogni giorno la morte davanti ai tuoi occhi". In questo spunto tratto dal quarto capitolo della Regola del nostro patrono, ci viene ricordato che Dio è il Signore supremo della nostra vita, anche se la Sua presenza non è sempre evidente. In modo paterno anche san Benedetto ci chiama a piangere per i nostri peccati nel timore del giudizio futuro. La realtà della morte e del giudizio ci ricorda di confidare nella sola misericordia e giustizia di Dio, mentre l'oblio della morte può portarci a fare affidamento su noi stessi e sulle soluzioni del mondo ai nostri problemi”.

I monaci raccontano la loro vita: “Ogni mattina, durante la solenne Messa conventuale abbiamo aggiunto preghiere contro la pestilenza. Nel pomeriggio, procediamo attraverso la proprietà con le reliquie della Vera Croce pregando per la liberazione da "peste, carestie e guerre", così come gli antichi che sapevano che queste tribolazioni spesso sorgevano insieme. In particolare nelle nostre preghiere ci sono molti dottori e infermieri che  si stanno sacrificando molto - e molto rischiano - per mantenere in vita gli altri e riportarli in salute”.

E il cambiamento è proprio nelle presenza: “Un cambiamento notevole per noi è stata la totale assenza di visitatori della cappella. Sebbene Norcia sia fuori dalle strade di grande comunicazione, siamo fortunati nel poter condividere spesso la nostra vita, l’Ufficio cantato e la Santa Messa, con i visitatori. Le misure adottate dal Governo per il contenimento dell'epidemia precludono questa condivisione confinando ciascuno nella propria casa. Il nascondimento dal mondo assume, così, un simbolismo quasi sacramentale durante questa straordinaria crisi.

Per secoli non è stato possibile vedere da vicino i misteri dell'altare. In alcuni secoli, nei momenti più importanti della Messa venivano tirate delle tende. Ancora oggi, le solenni preghiere di consacrazione sono dette nei toni più bassi, un sussurro, mentre si svolge il mistero della liturgia. Il nascondimento intrinseco alla Messa con un'iconostasi nel rito bizantino è stato, in qualche forma, comune a tutti per centinaia di anni; ha evocato il mistero. Nella nostra epoca, che richiede di vedere per credere, Dio ci offre la possibilità di riscoprire il mistero dell'efficacia invisibile della Messa. Dobbiamo fare affidamento su una medicina invisibile per la nostra ultima salvezza di fronte a questa minaccia invisibile.

Una delle più grandi benedizioni del monastero negli ultimi anni è stata la nuova vita monastica nata nella prova. Molti monaci ricevettero l'abito e fecero professione nel periodo successivo ai terremoti del 2016. Ora i nuovi monaci perseverano in mezzo alla pandemia. Ad esempio, nella festa dell'Annunciazione un giovane novizio ha emesso i voti semplici. Sebbene non vi fossero fedeli laici, una vasta schiera di monaci, angeli e santi erano lì a guardare. Una nevicata primaverile ha portato un ulteriore senso di imprevisto all'evento rendendo il Vangelo della festa ancor più preveggente: “nulla è impossibile a Dio”.

Ogni giorno diventa più chiaro che insieme soffriremo per qualche tempo delle conseguenze fisiche, economiche, psicologiche e spirituali del coronavirus. Dovremmo essere disposti a imparare le lezioni che Dio vuole insegnarci. Pretendere che Dio restituisca ciò che abbiamo perso è una grande tentazione. Nella tragedia Dio immette semi di nuova vita. Dobbiamo innaffiarli con le nostre preghiere sia visibili che invisibili, i nostri sacrifici e, forse, anche le nostre vite. La morte, però, non ha l'ultima parola”.

La firma è del Priore Dom Benedetto Nivakoff, O.S.B.

Ti potrebbe interessare