Coronavirus, due vescovi tornano a casa, ma i morti nel clero sono tanti

Manca una stima precisa dei religiosi e religiose positivi o morti

I due vescovi rientrati a casa
Foto: pd
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Sono finalmente tornati a casa. Calogero Peri e Derio Olivero hanno superato la crisi causata dal coronavirus che li aveva fatti ricoverare.

Il vescovo di Caltagirone Peri è stato dimesso domenica dopo un mese di ricovero. “Accanto alla gioia di ritornare a casa c’è, ancora più grande e più bella, quella di ritornare tra voi”, ha scritto il presule in una lettera alla diocesi.

Adesso vivrà un periodo di convalescenza prima di tornare al suo servizio alla diocesi. “Ho pensato di scrivere questa lettera perché ho un debito di gratitudine verso tutti, per la vicinanza, l’affetto, l’incoraggiamento, la trepidazione e la preghiera con cui vi siete resi presenti durante questo tempo di prova”, scrive Peri confessando di aver pensato a tutti coloro “a cui mi voglio rivolgere e, confesso, che non mi è stato possibile terminare l’elenco. Ho tentato, allora, di individuare almeno le categorie di persone per raggiungere tutti, ma pure in questo caso non mi è riuscito né di comporre un elenco completo né di metterle in ordine”.

Una “carezza” del “tutto particolare” Peri la rivolge ai bambini della diocesi siciliana  e anche di tante altre regioni. Il pensiero del vescovo va alle autorità politiche, civili e militari, locali, regionali e nazionali, alle Forze dell’ordine e ai lavoratori che in questo tempo “non si sono mai fermati, perché hanno continuato a spendersi per me e per noi”.

E poi a tutti quelli che sto dimenticando di nominare, in modo che proprio nessuno resti escluso. A tutti dice “”grazie” e cita la parabola il bravo evangelico del buon pastore, letto domenica, giorno delle sue dimissioni.

Il mio grazie se ci riesco, per questo vi chiedo di pregare ancora per me, è di ritornare nel gregge, attraverso l’unica porta che è Cristo”, ha scritto il vescovo, spiegando che “questa porta per me oggi ha il Suo volto nella realtà della Croce, attraverso la quale Dio mi ha voluto far passare per purificarmi e per entrare più profondamente nella Sua vita e in quella del suo popolo”.

Dimesso anche il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, ricoverato dal 19 marzo scorso. “Mi sento accolto in famiglia. Davvero ho pensato di non farcela. Grazie a tutti voi che mi avete sempre accompagnato”, le sue prime parole all’arrivo ij vescovado accolto dai suoi principali collaboratori.

La sua situazione è stata veramente grave. “Mi stanno per intubare, pregate per me”, aveva scritto in un messaggio al Vicario generale della diocesi. Oggi dice, di aver temuto di non farcela e, invece, “sono ancora qui, vivo, per merito di medici e infermieri ai quali andrebbe fatto un monumento”. Il vescovo dice di essere stato “sorretto da una forza spirituale pazzesca. Saranno state le preghiere di tutti quelli che erano lì a soffrire con me in senso figurato”. E racconta che è stata una “prova così dura mi ha insegnato solo due cose contano davvero: fede e relazioni” e ringrazia medici ed infermieri: “persone straordinarie. Non solo mi hanno salvato ma in ogni momento mi hanno fatto sentire a casa. Questo è un ospedale eccellente: l’ho detto anche al papa” che lo ha chiamato durante il ricovero.

Due belle notizie a fronte però di tanti morti tra sacerdoti e religiosi. Anche il Papa ha ricordato i "tanti pastori che nel mondo danno la vita per i fedeli, anche in questa pandemia, tanti, più di 100 qui in Italia sono venuti a mancare". Il totale dei sacerdoti deceduti sono circa 120. Tra gli ultimi, il primo sacerdote nella diocesi di Venezia, il salesiano don Paolo Stocco, 77 anni, 59 anni di professione e quasi 50 di sacerdozio, per 54 anni missionario in Venezuela, rientrato in Italia nel 2014. La diocesi più colpita è quella di Bergamo con 25 preti morti seguita da Milano dove il virus ha portato alla morte 13 presbiteri. Non ancora definito il numero di religiosi e religiose.

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