Da Kaduna e Aleppo, i cristiani vivono nella persecuzione

I due vescovi di Kaduna in Nigeria, e Aleppo in Siria
Foto: ©KIN
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Un’identica esperienza di fede accomuna paesi pur diversi come Siria e Nigeria. Qui i cristiani soffrono guerra e persecuzione fino al rischio dell’estinzione. Eppure la loro fede si rafforza e germoglia ancor più viva, inestinguibile.

È quanto hanno raccontato sabato 27 gennaio presso la Maternushaus di Colonia - nel corso della quindicesima “Giornata commemorativa di Padre Werenfried van Straten”, fondatore dell’Opera Pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - monsignor Matthew Man-Oso Ndagoso, arcivescovo della Diocesi nord nigeriana di Kaduna e monsignor Joseph Tobji, arcivescovo maronita di Aleppo (Siria).

Nonostante la persecuzione della setta islamista Boko Haram, o forse proprio in virtù di questa persecuzione, in Nigeria aumenta il numero di seminaristi e di cristiani. "Negli scorsi quattro anni – ha spiegato l’arcivescovo Ndagoso ad un pubblico di circa 400 persone – ho inaugurato ogni anno almeno tre nuove parrocchie". Sebbene la Nigeria sia l’unico paese al mondo dove musulmani e cristiani si eguagliano nel numero, nel nord i cristiani sono una minoranza. La sharia, la legge islamica, rende difficile la loro vita di fede: si susseguono continui attacchi alle chiese ed i permessi per costruirle vengono negati. Perfino la casa dell’arcivescovo a Kaduna è stata praticamente distrutta.

Eppure le attività di Boko Haram si infrangono contro la fede dei cristiani, come onde su inamovibili rocce. E, piuttosto, sortiscono l’effetto contrario. "Nel 2012 – ha proseguito monsignor Ndagoso – un attacco ad una chiesa nella parte settentrionale di Kaduna ha causato diversi morti e oltre un centinaio di feriti. Fino all’attentato venivano celebrate tre messe a settimana. Ora invece si celebra la santa messa ogni giorno e il numero di fedeli si è triplicato".

Accanto ad atti estremi di palese persecuzione, una diffusa e quotidiana discriminazione. L’insegnamento della religione cristiana è proibito nelle scuole. "L’ora di religione – ha aggiunto il vescovo nord nigeriano - può essere solo islamica. Gli insegnanti sono pagati con denaro pubblico, esattamente come la costruzione delle moschee. Mentre ai cristiani si negano i terreni per costruire le loro chiese. I cristiani, specie nel nord, vogliono essere trattati e giudicati secondo criteri di giustizia, indipendentemente dal credo religioso, l’appartenenza etnica o politica, o lo stato sociale. Vogliono solo che i loro fondamentali diritti umani e la loro libertà venga rispettata e garantita".

A migliaia di chilometri di distanza, i cristiani siriani vivono situazioni simili e reagiscono allo stesso modo. "A molti cristiani – ha raccontato monsignor Tobji - i terroristi hanno puntato il coltello alla gola. Naturalmente molti hanno perso la loro fede: si sono chiesti dove era Dio di fronte a guerra e dolore. Ma quelli che sono riusciti a reinterpretare la loro fede come sequela nella via crucis sono rimasti fedeli a Cristo. Io stesso come pastore sono stato messo alla prova. La mia missione è fare la volontà di Dio e servire il mio popolo. Se non avessi ubbidito, se avessi abbandonato il mio gregge lasciando il Paese, mi sarei caricato di una grossa colpa". La Siria, così l’ha definita lo stesso arcivescovo Tobji, "è come una torta, di cui ciascuna potenza coinvolta nella guerra vorrebbe una parte".

"La guerra – ha proseguito l’arcivescovo siriano, 47 anni, dal 2015 alla guida della Diocesi di Aleppo - è tutta una questione di sporchi giochetti dell’economia mondiale, dove grossa influenza hanno mercato delle armi, accaparramento di risorse naturali come petrolio e gas, e la vantaggiosa posizione strategica del Paese. La religione è stata strumentalizzata, specialmente a spese di persone ingenue e poco istruite. Se non ci avesse aiutato la Chiesa saremmo già tutti morti. Noi cristiani troviamo, infatti, la felicità solo se pratichiamo insieme l’amore per il prossimo".

L’effetto della guerra è naturalmente una continua emorragia di cristiani. "Ormai – ha concluso monsignor Tobji - ne è rimasto appena un terzo. I rifugiati interni tornano nelle città d’origine, ma chi è emigrato resta dov’è. E sono soprattutto giovani e persone con una buona istruzione che, a causa della guerra e della mancanza di prospettive future, hanno lasciato il Paese". Secondo dati del novembre 2017 dell’Agenzia dei rifugiati delle Nazioni unite sarebbero 5,4 milioni i siriani che dal 2011, inizio della guerra civile in Siria, hanno lasciato il Paese. I più sono fuggiti in paesi limitrofi, come Libano, Giordania, Egitto e Turchia.

Circa 700 mila siriani hanno trovato accoglienza nella Repubblica federale tedesca. Proprio oggi il Bundestag, votando dopo un acceso dibattito una proposta di CDU e SPD, ha deciso di prolungare fino a luglio l’interruzione dei ricongiungimenti famigliari dei rifugiati, in vigore da marzo 2016. Dal 1 agosto i ricongiungimenti avverranno in misura limitata, nel numero di 1.000 al mese.

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