Khartoum , giovedì, 29. gennaio, 2026 9:00 (ACI Stampa).
Vista la paralisi diplomatica, molte realtà impegnate per la pace e il rispetto dei diritti umani in Sudan (Acli, Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio, Focolari, Focsiv. Amnesty International Italia, Aoi, Fondazione Nigrizia, Emergency, Medici senza frontiere, Missionari comboniani in Italia, Rete italiana pace e disarmo, Arci, Comitato internazionale per la pace in Sudan, Comunità sudanese in Italia, Emergency, Un Ponte Per) nelle settimane scorse hanno lanciato un appello di fronte al rapido deteriorarsi del conflitto che ha provocato quella che per l’Onu è diventata ‘la peggiore crisi umanitaria del mondo’ con almeno 150.000 morti e 14.000.000 di persone sfollate in un contesto in continuo peggioramento. Nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco, i combattimenti si sono intensificati con attacchi indiscriminati contro la popolazione civile in una escalation di orrori attraverso rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e reclutamenti di minori.
Inoltre le associazioni hanno chiesto che gli aiuti promessi dal governo italiano arrivino nelle zone controllate da entrambi i belligeranti , in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan, prendendo posizione contro chi sostiene i contendenti: numerose indagini indipendenti, provano il supporto degli Emirati Arabi uniti alle forze di supporto rapido (Rsf ), responsabili di attacchi contro civili, infrastrutture mediche e convogli umanitari nonché dell’uso della fame come arma di guerra.
Per queste ragioni le organizzazioni firmatarie hanno chiesto al Governo italiano di intervenire con misure concrete: sospendere tutte le esportazioni militari verso gli Emirati arabi uniti e altri Paesi coinvolti nel conflitto; revocare le autorizzazioni già concesse che possano agevolare triangolazioni verso il Sudan; promuovere iniziative diplomatiche urgenti in sede europea e internazionale per aprire corridoi umanitari e avviare un negoziato multilaterale credibile e che coinvolga anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria; garantire la consegna reale e tempestiva degli aiuti umanitari annunciati, con l’impegno di metterne a disposizione altri, dando priorità alle regioni del Darfur e nelle aree a maggiore rischio di carestia; garantire l’erogazione dei fondi promessi e promuovere l’aumento dei fondi in sede europea e internazionale per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite ad oggi sotto-finanziato.
Per comprendere meglio cosa sta avvenendo in questo Stato africano abbiamo contattato padre Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan: “Una guerra tra l’esercito regolare e le forze di supporto rapido che sono nate come forza paramilitare, che rispondeva solo al presidente, negli anni in cui Bashir ha portato avanti le sue politiche di pulizia etnica nel Darfur, Purtroppo, quando Omar Hasan Ahmad al-Bashīr (presidente del Sudan fino al 2019, ndr.) è stato rimosso dal potere, questa forte compagine paramilitare è rimasta molto potente, tanto da essere il numero due dopo l’esercito.
La guerra tra queste due parti è una guerra per il potere e di fatto adesso la Nazione risulta divisa tra zone in cui si combatte, soprattutto nel Darfur e nel Kordofan, in cui le forze di supporto rapido continuano a far valere la loro presenza e continuano ad imporre forza; dall’altra parte il Nord e l’Est del Sudan rimangono saldamente in mano all’esercito e qui la vita cerca di andare avanti con una certa normalità: le scuole hanno riaperto e la vita economica e sociale ha ripreso e si cerca di andare avanti. Comunque è un Paese che soffre moltissimo il peso di una guerra, dove i civili soffrono molto, perché è una guerra che ha dilaniato il Paese.



