Dalle diocesi, i vescovi italiani e il loro impegno contro ogni tipo di mafia

Dopo la notizia di un possibile attentato ad un magistrato in Calabria

Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi
Foto: pd
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Nei giorni scorsi è emersa la notizia della pianificazione di un possibile attentato a danno del Procuratore Nicola Gratteri e della sua famiglia. Una notizia che ha suscitato preoccupazione e sdegno anche tra i vescovi calabresi. “La longa manus della ‘ndrangheta serpeggia con atteggiamenti violenti ed intimidatori che tutta la Chiesa di Calabria condanna con severa fermezza”, si legge in una nota. I vescovi hanno espresso “sentimenti di affetto e solidarietà nei confronti del magistrato calabrese, manifestando assoluta vicinanza al Dottor Gratteri, uomo di deciso rigore umano e perentorio impegno nella lotta alla criminalità organizzata, certi che il vile intento non scalfirà la sua dedizione e il comune impegno a favore della legalità in terra di Calabria”.

I presuli della regione hanno quindi ribadito “l’assoluta incompatibilità tra Vangelo e ‘ndrangheta”, stigmatizzando la mentalità mafiosa e sollecitando, ancora una volta, gli uomini e le donne calabresi a “un deciso cambio di rotta di tutta la società calabrese per salvaguardare il genuino futuro umano e culturale delle nuove generazioni”. Qualche anno fa i vescovi calabri avevano pubblicato una antologia dei documenti collettivi, con testi a stampa, che la Conferenza Episcopale Calabra ha prodotto  dal 1916 relativamente alla necessità di purificare la pietà popolare e contro il fenomeno mafioso-ndranghetista, che costantemente cerca di infiltrarsi per ottenere consensi e riconoscimenti pubblici.

Una raccolta (La 'Ndrangheta è l'antivangelo. Un secolo di documenti. Il percorso comune delle Chiese di Calabria nell'impegno di testimoniare il Vangelo -1916-2016-, curato da Filippo Curatola, Enzo Gabrieli e Giovanni Scarpino per l’editrice Tau) per averli a immediata disposizione. I Vescovi infatti, singolarmente, si sono pronunciati in altre occasioni su tali tematiche all’interno del loro lavoro di sollecitudine per i fedeli loro affidati e anche la stessa conferenza episcopale regionale è intervenuta su questi temi.

Nei giorni scorsi, a titolo di esempio, il vescovo di Locri-Gerace, Francesco Oliva ha istituito la Commissione diocesana per l’attuazione delle linee guida “No ad ogni forma di mafie!”, l’ultimo documento in materia della Conferenza Episcopale Calabra, pubblicato lo scorso mese di Settembre per un “sentire e agire comuni” del clero, dei consacrati e dei fedeli laici delle Diocesi di Calabria”. L’obiettivo è favorire un’azione comune di clero, consacrati e laici nel contrasto alle mafie e per la promozione della cultura della legalità allo scopo di promuovere e sostenere i tanti movimenti e gesti positivi delle Comunità cristiane nel contrasto della prassi ’ndranghetista contraria al Vangelo.

La Commissione istituita dalla diocesi di Locri-Gerace entra a far parte a pieno titolo degli organismi collegiali di Curia e avrà come obiettivo la cura dell’applicazione, sul territorio diocesano, dei documenti già emanati dalla CEC in materia di pietà popolare, liturgia, pastorale e lotta alla ‘ndrangheta e alla mentalità mafiosa che spesso condiziona anche le realtà ecclesiali.

Tale obiettivo dovrà concretizzarsi con il perseguimento di molteplici finalità intermedie necessarie al raggiungimento del fine principale: innanzitutto attraverso azioni di tipo formativo, verso laici e presbiteri soprattutto, e un impegno di vigilanza degli ambiti sensibili, a partire dalle forme di espressione della pietà popolare e della modalità di celebrazione dei sacramenti.

Tale organismo è pensato – ha spiegato la diocesi -  per dare stabilità a un impegno riformatore e purificatore che non si limiti al testo dei documenti, che pure hanno segnato una svolta nel cammino della Chiesa calabrese le cui linee pastorali erano già presenti, seppur in forma aurorale ma ben chiara e definita, sin all’inizio del Novecento. La Commissione garantirà un progressivo e continuativo lavoro per sensibilizzare le coscienze secondo il Vangelo e per il perseguimento del bene comune.

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di questi temi in occasione della Giornata contro le mafie e in occasione del primo anniversario della beatificazione del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia. “Contro le mafie l’unione fa la forza” è il messaggio che è risuonato durante il convegno “Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili. Ad un anno dalla beatificazione di Rosario Livatino”, promosso dalla diocesi di Siena-Colle di Val D’Elsa - Montalcino alla presenza del card. Paolo Lojudice. E sono molte le diocesi che negli ultimi anni hanno deciso di non ammettere come padrini di battesimo e di cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o coloro che appartengono ad associazioni mafiose.

Anche la CEI una decina di anni fa era intervenuta sottolineando che “le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato. In questa prospettiva non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato". 

Un anno fa, come dicevamo, la beatificazione del giudice Rosario Livatino, un magistrato che aveva lottato contro le mafie. Prima di lui era stato beatificato p. Giuseppe Puglisi, primo sacerdote ad essere elevato agli onori degli altari per aver avversato la mafia e per esserne stato vittima. Nel 2014 papa Francesco, in Calabria, aveva pronunciato la parola "scomunica" per chi appartiene ad associazioni criminali. Durante la visita a Cassano allo Ionio aveva detto che i mafiosi “non sono in comunione con Dio, sono scomunicati” ribadendo quello che era stato un forte grido di condanna contro  la delinquenza da parte di Giovanni Paolo II. Era il 1993 e il papa era in visita ad Agrigento: “un giorno verrà il giudizio di Dio” aveva ammonito con forza.

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